09 dicembre 2012

Finanz-capitalismo e geopolitica

I centomila greci che avevano occupato piazza Syntagma davanti al Parlamento non sono riusciti ad impedire l’approvazione dell’ennesima manovra “lacrime e sangue” imposta alla Grecia dalla cosiddetta “troika” (Ue, Bce e Fmi). Si tratta di un pacchetto di misure di austerità che, in cambio di 31,5 miliardi di euro, «abolisce tutti i bonus extra per pensionati e dipendenti statali, introduce nuovi tagli sino al 25% alle pensioni e allo stesso tempo riduce sino al 27% i cosiddetti “stipendi speciali” (polizia, magistratura, forze armate, personale medico degli ospedali statali, docenti universitari, diplomatici) fino al 27%, mentre spiana la strada per il licenziamento di 2.000 statali e l’abolizione della previdenza sociale fornita dallo Stato»(1). 
Stato&Potenza 
 
Come possa il piccolo Paese europeo imboccare la strada del risanamento e della crescita sprofondando nell’abisso della recessione e della miseria non si riesce a capire. Ma quello che più stupisce è che ancora non ci si renda conto che si è in presenza non di una crisi congiunturale, bensì strutturale, tanto che forse non si può neppure definire ciclica se ci si riferisce a Paesi che corrono seriamente il rischio di vedere scomparire il proprio apparato produttivo e con esso qualunque forma di sovranità.

D’altronde, anche per quanto concerne il nostro Paese, si deve prendere atto che ormai il bilancio dello Stato è dettato dai “mercati”, i quali aggirando, di fatto, la Costituzione hanno ridotto il Parlamento a mera “camera di registrazione”. Del resto, anche solo il crollo dei consumi delle famiglie e il moltiplicarsi dei fallimenti delle piccole e medie imprese, sottoposte ad una pressione fiscale tanto elevata quanto “irrazionale”, dovrebbero bastare a far comprendere che è solo propaganda di regime ritenere che lo scopo di questo governo tecnico sia quello di salvare l’economia italiana, rendendola più efficiente e competitiva. In realtà, da tempo l’Italia si trova al centro di una complessa manovra “geostrategica” che ha come obiettivo principale la liquidazione definitiva del modello sociale europeo, sia garantendo gli interessi di quel sistema finanziario “americanocentrico” che è il primo responsabile della crisi che attanaglia tutto il mondo occidentale, sia diluendo la sovranità nazionale dei singoli Paesi europei (e in particolare della Germania) nel mercato globale, di modo da rendere impossibile all’Europa di avere un proprio “pungiglione” politico che rivoluzionerebbe quegli equilibri geopolitici che oggi più che mai sono un ostacolo per un autentico sviluppo sociale ed economico dell’Europa occidentale (e ora che la recessione pare “intaccare” la stessa Germania(2), dovrebbe essere palese che il governo tedesco facendo il gioco dei “mercati” sta lavorando, ne sia consapevole o no, per quei “centri egemonici” che sono determinati ad impedire ad ogni costo che la Germania, anche attraverso un’intelligente Ostpolitik, possa diventare la “locomotiva” di un’Europa che non sia più una “semicolonia” degli Stati Uniti).

Comunque sia, è innegabile che, mentre la sinistra italiana si entusiasma per la vittoria di Obama – che pure non ha messo fine alla politica criminale degli Stati Uniti, sia all’estero che in patria (al riguardo, si tenga presente che, se durante l’amministrazione Obama la spesa militare statunitense è salita da 621 miliardi dollari nel 2008 ad oltre 721 miliardi di dollari nel 2011, nello stesso tempo i cittadini americani che sono dovuti ricorrere ai “buoni cibo” o ad organizzazioni di beneficenza sono saliti ad oltre i 50 milioni – di cui circa 17 sono in condizioni di bassissima “insicurezza alimentare”), le misure prese del governo Monti con il pretesto del “rigore” distruggono il diritto al lavoro, impoveriscono ancor di più i ceti popolari e perfino gran parte dei ceti medi, smantellano la sanità pubblica e soffocano l’economia reale. Ma quella che a molti appare essere una austerità basata su una politica economica priva di razionalità, in realtà è funzionale agli interessi dell’oligarchia atlantista, al punto che proprio Obama non fa mistero di appoggiare Monti e di considerarlo un alleato estremamente prezioso per i rapporti tra gli Stati Uniti e l’Europa.


Inoltre, se il nostro “Commissario Tecnico” esegue con massimo scrupolo e somma diligenza gli ordini dei “mercati”, si dice pure che abbia concesso a Washington di scegliere sia il ministro della Difesa che il ministro degli Esteri del “nostro” attuale governo, affinché si potessero meglio tutelare e rappresentare gli interessi americani. Vero o falso che sia, è però certo che Esteri e Difesa del governo Monti non potrebbero essere, secondo il punto di vista di Washington, in mani migliori. Sicché, non sarebbe nemmeno affatto strano se nei colloqui tra esponenti del governo e del milieu politico-economico, al ricevimento dell’Ambasciata americana a Roma nella notte delle elezioni del presidente degli Stati Uniti, si fosse addirittura affermato che «l’ambasciatore americano a Roma David Thorne potrebbe essere un ottimo presidente di Finmeccanica»(4), ovvero della più importante impresa strategica nazionale. 


Del resto, il nostro Paese deve anche continuare a “fare la sua parte” in Afghanistan e per non deludere gli “alleati”, l’Italia non solo ha concesso un prestito di 150 milioni di euro a questo Paese, ma si è pure impegnata a investire nel settore minerario afghano (mentre in Sardegna i minatori rimangono senza lavoro) e a sostenere le piccole e medie imprese afghane (evidentemente considerate di gran lunga più importanti di quelle italiane)(5). Insomma, i soldi per finanziare la “nostra missione” in Afghanistan o per acquistare i costosissimi caccia americani F-35, il governo Monti non ha problema a trovarli, mentre se si tratta della sanità, dell’occupazione e delle nostre imprese, devono essere i “mercati” a decidere. E in ogni caso, prima si devono pagare gli interessi sul debito pubblico e poi saldare i debiti della pubblica amministrazione con le imprese. Ovvero prima vengono i “mercati”, poi lo Stato (e il popolo italiano).

Ma è appunto questo rapporto che dovrebbe essere oggetto almeno di riflessione politica, mentre è del tutto ignorato, nel senso che si ritiene pacifico che siano i “mercati” ad essere sovrani, come se l’economico non fosse esso stesso “conflitto” e gli interessi dei “mercati” coincidessero con quelli dei popoli e non fossero anche espressione di ben precisi centri di “volontà di potenza”. E oggi che il mondo occidentale conosce una notevole contrazione della sua sfera di potenza, anche per l’emergere di altri poli politico-economici sullo scacchiere internazionale, è allora del tutto naturale che vi sia una ridefinizione dei rapporti politici ed economici che danneggia soprattutto i Paesi occidentali più deboli e che si accompagna, non essendoci più alcuna forza politica realmente antagonista (socialista o nazionalpopolare che sia), a una distribuzione della ricchezza verso l’alto che genera brutali diseguaglianze sociali (a tale proposito, non si deve neppure dimenticare che, una volta liquidato il Welfare, nessuna crescita di per sé garantirebbe una maggiore giustizia sociale).


Nondimeno, sarebbe semplicistico ed errato pensare che nulla possa fermare i “mercati” e che questi ultimi possano sempre imporre, tramite governi di tecnocrati non eletti, la loro volontà. Infatti, da un lato, pare difficile che la bolla speculativa, generata dal finanzcapitalismo (come Luciano Gallino definisce la mega-macchina del capitalismo occidentale la cui forza motrice non è più la produzione di merci ma la finanza) e che «si continua a cercare di mascherare, per non porre il sistema dell’alta finanza internazionale con le spalle al muro»(6), non possa “scoppiare”. E a quel punto sarebbe impossibile ignorare l’economia reale e la dimensione sociale della vita quotidiana degli uomini, per così dire, “in carne e ossa”. Dall’altro, proprio questa crisi, che sta colpendo milioni di cittadini di europei e i cui effetti saranno ancora più “pesanti” nei prossimi mesi, potrebbe creare i presupposti perché, in ogni Paese europeo, si affrontino due concezioni opposte dell’Europa: l’Europa della finanza atlantista e mondialista (che indirettamente favorisce il razzismo e l’estremismo nazionalista) contro l’Europa di chi non è disposto ad essere trattato come una merce, né a rinunciare alle proprie “radici”; vale a dire l’Europa dei mercanti contro l’Europa fondata sulla “ragione pubblica” e sulla giustizia sociale.


D’altra parte, si deve pure ammettere che sono ancora pochi coloro che sanno riconoscere da che parte proviene la minaccia principale e/o che sono veramente disposti a liberarsi di schemi ideologici obsoleti al fine di comprendere e (se possibile) superare l’attuale (dis)ordine mondiale. Ma proprio per questo, a nostro giudizio, sarebbe meglio prestare attenzione al 18° Congresso del Partito Comunista Cinese piuttosto che ai commenti sulla vittoria di Obama, di modo da interpretare la realtà con categorie geopolitiche e geoeconomiche “adeguate” (indipendentemente dalla questione se il cosiddetto “socialismo di mercato” della Cina sia o no vero socialismo), poiché non v’è dubbio che sia in atto una rivoluzione geopolitica di portata epocale che sta spostando il “corso della storia” ad Est. Un “mutamento di rotta” che dovrebbe essere preso in seria considerazione, senza alcun pregiudizio ideologico, da chiunque voglia seriamente opporsi al finanzcapitalismo occidentale.

1 commento:

  1. SIGNIFICA CHE PRESTO SUBIREMO I DIKTAIL DELLA FINANZA CINESE?
    CIAO

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