06 agosto 2011

LA GENESI DELLE RIVOLTE SOCIALI

IL FATTORE CHIAVE: QUANDO, COME E DOVE COMINCERA' LA VERA "CRISI" DEL SISTEMA CAPITALISTA
La disoccupazione è l’elemento chiave, il detonante strategico, che segna l’inizio dello sviluppo della crisi strutturale con perdita della governabilità (economica, politica e sociale) degli Stati centrali, emergenti e periferici, che integrano la rete “globalizzata” del sistema capitalista, i cui centri decisionali si trovano negli USA e in Europa.
Di Manuel Freytas
Finora è sufficientemente provato che il sistema (governi e banche centrali del capitalismo) controllano, in misura maggiore o in minore, le variabili della crisi, sia nel suo aspetto economico che finanziario.
Sebbene i numeri macroeconomici sono rivelatori del fatto che la crisi (che inizialmente fu solo finanziaria) è diventata strutturale dalla crisi fiscale ai numeri in rosso degli USA e degli Stati centrali dell’eurozona.

Si potrebbe dire che, mentre la speculazione finanziaria sperimenta nuove “bolle” (guadagni siderali) con i fondi di “salvataggio” statali, le potenze e le sue banche centrali mantengono una relativa “governabilità” sulla crisi e i suoi effetti ancora non si sono ancora fatti sentire in tutte le società sia emergenti che periferiche.

Quello che nel 2008 è stato un collasso delle borse a livello finanziario e dopo trasformatosi in una crisi recessiva epidemica (verificata nelle economie centrali degli USA, Europa e Asia), ha acquistato un aspetto di “status quo” generalizzato di crisi fiscale degli Stati e il “non recupero” della piena occupazione e delle principali variabili dell’economia reale.

Di conseguenza, e in mezzo a numeri macroeconomici in rosso che inondano le prime pagine, si parla della possibilità del default degli Stati Uniti e delle potenze centrali, con la possibilità di un ritorno della recessione, e con un tono di marcata indifferenza collettiva accentuata da parte della maggioranza che si “informa” in massa attraverso il sistema comunicativo del sistema.

In sintesi: Siamo (secondo gli stessi organismi finanziari del sistema) sull’orlo annunciato di una nuova crisi economica globale, ma il mondo del sistema capitalista “continua ad andare avanti come se niente fosse”.
Non c’è alcun segnale che ci riporti a quell’incubo internalizzato (collettivamente) del “crash” o della “Grande Depressione” con il quale è stato associato la crisi degli anni 30 presa come parametro di “catastrofe economica mondiale”.

Non ci sono corse alle banche come nel 2008, non c’è panico generalizzato, non ci sono persone che si uccidono disperate al pensiero di perdere tutto, e la crisi che sembrerebbe sia solo “superstrutturale”, è solo sugli schermi della TV, è un problema di “analisti” e di “esperti” mentre la società continua immersa nella sua quotidianità come al solito.
Le principali economie del mondo sono in uno stato di cronico "rallentamento", non aumenta il consumo, la disoccupazione  la disoccupazione è una malattia cronica, ma per ora, niente di ciò che può sembrare una crisi si riflette nella realtà immediata del cittadino, non c’è rischio di sopravvivenza immediata, così come la si immaginava nel crash mistificato della Grande Depressione o il crollo bancario del 2008. 

Cos' è la crisi

E c’è più di uno che si chiede: Siamo in crisi?
Siamo in crisi? Tecnicamente ancora no. Siamo solo nella fase finale della gestazione di una nuova crisi con il “non recupero” delle principali variabili dell’economia mondiale, alla vigilia di quello che gli esperti definiscono come un nuovo “processo recessivo” intorno alle economie centrali degli USA e dell'Europa.
Definiamo prima di tutto cos'è una crisi.

In generale una crisi (sia personale che sociale) si caratterizza da una perdita del controllo su un organismo (in questo caso il sistema capitalista) alterando il suo funzionamento e mettendo a rischio la sua sopravvivenza.
Presa in termini del sistema capitalista (l’organismo) la crisi giunge solo quando si spezzano le variabili di “governabilità” sulle quali sono costruiti i pilastri del suo funzionamento su scala globale.

La condizione essenziale per il funzionamento dello Stato capitalista (sia nei paesi centrali che periferici) si riassume in tre fattori: Stabilità economica, governabilità politica e “pace sociale”.
Quelle tre condizioni sono basilari perché il “sistema” (la struttura funzionale) degli affari e dei profitti capitalisti funzioni senza interferenza e non si alterino le linee matrici della proprietà privata e il concentramento della ricchezza in poche mani.

Quando per qualche motivo uno degli elementi si altera il sistema entra in crisi e deve generare immediatamente un’alternativa per preservare la sua sopravvivenza.
Oggi chiaramente, e anche se non sono riusciti a fermare il processo di contaminazione, i governi e le banche centrali capitaliste mantengono un certo livello di “controllo” attraverso le “iniezioni” e i “salvataggi” che impediscono che la crisi esploda ed esca dal piano puramente economico finanziario.
Quindi, la crisi si limita a salvataggi degli Stati insolventi dell’eurozona (che in realtà si trasforma in un macro affare finanziario con la crisi dove il grande mangia il più piccolo) che non mette a rischio immediato né il sistema né gli Stati capitalisti.

Ma c’è una questione fondamentale: Quando comincia la crisi?
E c’è anche una risposta fondamentale: Quando gli stati capitalisti egemonici con gli USA in testa perdono il controllo sulle variabili della governabilità del sistema, cosa che impedirebbe di continuare a funzionare.
E quando sarà quel momento?
Segnatevi una parola chiave: Disoccupazione

Il fattore chiave

La disoccupazione è l’elemento chiave, il detonante strategico, che segna l’inizio dello sviluppo della crisi strutturale con perdita della governabilità (economica, politica e sociale) degli Stati che integrano in modo diseguale e in combinazione la rete “globalizzata” del sistema capitalista.
La disoccupazione è la matrice della perdita di governabilità per un motivo fondamentale: I licenziamenti in massa degli operai e degli impiegati sono il barometro e segnano il momento preciso in cui la crisi esce dalla “superstruttura” economica finanziaria ed entra nella società.

La disoccupazione, è un caso limite, dove il rischio è la sopravvivenza dell’individuo e la sua famiglia. Non si tratta di una svalutazione del suo stipendio per l’aumento dei prezzi, ma della sparizione dello stipendio. L’individuo- massa resta senza strumenti e senza le risorse di base per sopravvivere all'interno del sistema.
E di conseguenza, il disoccupato entra in crisi: Scoppia il suo habitat sociale, rimane senza futuro, senza consumo e nessun elemento essenziale per la sopravvivenza, la sua mente crolla.

Signore e signori: Vi presento le proteste sociali

La protesta sociale, espressa in scioperi e in rivolte collettive è la cellula, il primo scalino, della perdita della “governabilità” a parte degli Stati capitalisti, sia centrali che periferici.
Un disoccupato (che ha perso il suo universo di consumo e di sopravvivenza, incluso quello della sua famiglia) non può essere contenuto con “iniezioni finanziarie” né con “assistenzialismo”, richiede una soluzione strutturale (la restituzione del lavoro e dello stipendio) che il capitalismo in recessione e in crisi strutturale non può dare.

E’ storicamente provato che gli imprenditori capitalisti ( per una legge storica di sfruttamento dell’uomo sull’uomo) quando si riducono le vendite ricorrono al licenziamento del personale per “restringere i costi” e mantenere i margini del profitto.
In breve, i licenziamenti (l'impatto sociale) conformano la “notizia strategica” che rompe lo status quo della “crisi superstrutturale” (controllata dai governi e dalle banche centrali) e la trasformano in “crisi sociale”.

Gli scioperi e le rivolte sociali (come risposta immediata alla disoccupazione in massa) scuotono i pilastri del controllo istituzionale e politico degli Stati capitalisti, anarchizzano l’economia e fanno scoppiare il sistema, come prima la disoccupazione ha fatto scoppiare l’individuo.
Si stanno bruciando le tappe: La crisi finanziaria che si è trasformata - attraverso la recessione - in crisi strutturale e velocemente si dirige verso la crisi sociale - l’emergente dei licenziamenti- dalla mano della disoccupazione che comincia a estendersi e diventa cronica su scala planetaria.

La matrice della crisi
Sia negli USA che nell’UE (e come primo segnale che il pianeta è già entrato nella “crisi strutturale”) la disoccupazione si mantiene a livelli che ruotano intorno al 10%. Cosa che certifica la presenza di una recessione nascosta già installata su scala planetaria. 

La disoccupazione cronica continua una linea chiaramente definita: Nasce nei settori finanziari, dei servizi o industriali dell’Europa e degli USA e si proietta nei paesi “emergenti” o periferici attraverso le filiali delle aziende e banche transnazionali (con sede nei paesi centrali) che cominciano a sospendere o tagliare ore ai lavoratori.

Questo indica che, spinta dalla dinamica dei paesi centrali, la disoccupazione nei paesi periferici (dell’Asia, Africa e America Latina) si estende attraverso le banche e aziende transnazionali che controllano il sistema economico produttivo e i commerci interni ed esteri dei paesi e che danno lavoro alla maggior parte della mano d’opera urbana impiegata. (questo spiega perché la disoccupazione è simultanea a quella dei paesi centrali). 

E c'è un principio assiomatico dimostrato dalla realtà: Così come le potenze centrali (con USA in testa) sono le grandi esportatrici di recessione mondiale, le banche e imprese transnazionali imperiali sono i grandi esportatori di disoccupazione in massa su scala globale.
Di fronte al crollo graduale del modello di sfruttamento capitalista “globalizzato” quelle banche e transnazionali dell’Impero (che egemonizzano il controllo sul commercio e i sistemi produttivi a scala globale) scaricano la crisi sulle spalle dei lavoratori che passano alla categoria dei disoccupati o precari.

Nel caso dell’America Latina, questo fenomeno si aggrava per quanto segue: Tra il 50 e il 60% della popolazione lavorativa è in nero e  con contratti spazzatura (occupazione temporale senza stabilità lavorativa) che facilita i licenziamenti o i tagli salariali in massa e riduce e/o esonera l’imprenditore dal pagamento del trattamento di fine rapporto.
Il dato è importante al momento di valutare le cause di quello che alcuni analisti già definiscono e proiettano come la “bomba lavorativa” (licenziamenti in massa) in America Latina.

Riassumendo:
La disoccupazione è la chiave, il principio funzionale della crisi capitalista estesa su scala globale.
Spezza l’ultima linea di sopravvivenza dell’individuo ed è la sostanza matrice del caos economico, politico e sociale dei governi capitalisti.
E c’è un dato fondamentale che differenzia la crisi sociale dalle precedenti (finanzieria e strutturale) : Gli scioperi e le rivolte sociali non si controllano con “salvataggi finanziari ma con repressione in massa”.
E la repressione in massa crea il caos del sistema e retroalimenta le rivolte (che a loro volta retro-alimentano la repressione) si rompono i riferimenti istituzionali e politici: lo Stato e il sistema capitalista perdono il controllo e entrano in crisi, non superstrutturale ma “totale”.

Si spezzano le variabili della “governabilità in pace”: Non c’è “contenimento democratico”, non c’è “contenimento politico”, non c’è “contenimento sociale”, l’individuo- massa disoccupato perde la dimensione delle regole sociali e si somma al gruppo di uguali per ottenere quello che ha perso: la sopravvivenza, rappresentata da un lavoro e da uno stipendio (soddisfazione dei bisogni basici assicurati).
Questo (il disoccupato messo nelle rivolte sociali di massa) è il limite che segna la linea rossa tra la gestazione di una nuova fase della crisi (come la stiamo vivendo) e la crisi del sistema che scoppierà solo quando cominciano gli scioperi generali, il blocco di strade e autostrade e i blocchi agli accesi delle principali città.

Quando e dove comincerà la crisi?

La vera crisi del sistema capitalista comincerà a svilupparsi quando il processo dei licenziamenti diventa massivo, e le vittime saranno centinaia di migliaia fino a milioni moltiplicati in tutto il pianeta.
La dinamica attuale è già indicativa che i licenziamenti (a differenza della crisi economica finanziaria che si è sviluppata prima nel centro) saranno simultanei nei paesi centrali e nei periferici per via delle transnazionali e di conseguenza lo scoppio della crisi seguirà un processo livellato e simultaneo in tutto il pianeta.

La dinamica è rimasta confermata con la crisi scatenata dall’aumento del petrolio e degli alimenti nel 2008 dove le reazioni sociali sono state simultanee in Europa, Asia e Africa e America Latina, dove si sono registrati scioperi, rivolte sociali e blocchi di strade.

Di conseguenza una volta installata la crisi passeremo al seguente scenario: la reinstallazione della repressione militare e poliziesca.
Il ritorno della repressione militare conformerà a sua volta la matrice fondamentale di un nuovo processo storico del sistema capitalista i cui sviluppi sono difficili oggi di dimensione e proiettare.

Tradotto e pubblicato da FreeYourMind!

2 commenti:

  1. Anche un Ben Bernanke totalmente sbronzo che parla con gli avventori di un bar dicendo che siamo in un totale casino è una cosa pazzesca !
    Il pezzo si trova su " the onion" e anche qui .

    http://leconomistamascherato.blogspot.com/2011/08/drunk-bernanke-how-screwed-us-economy.html

    Tra una bottiglia e l'altra il "Ben" dice che siamo "ben" oltre la mancanza di crescita economica e di lavoro.
    Completamente fradicio di birra, dice di essere sprecato..... perchè il suo lavoro non serve a niente..... porello.........
    Inoltre fa una stima sulla disoccupazione degli Stati Uniti : " se siamo fortunati è in realtà intorno al 16 % "
    Che attorone!, che dici, diamo anche a lui un Nobel ?
    Ciao ciao, Alba !!

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