04 agosto 2011

ABITUARSI A VIVERE SENZA CIBO

WALL STREET, BP, BIO-ETANOLO E LA MORTE DI MASSA
Di F. William Engdahl
Mio nonno, ora defunto, un uomo di robusta razza contadina norvegese-americana, che in seguito divenne direttore di giornale e attivista politico durante la Prima guerra mondiale, era solito dire: “Un uomo può abituarsi con il tempo a qualsiasi cosa, tranne morire…e anche a questo, con una certa pratica.”
Bene, com’è nel destino delle cose, sembra che noi, la stragrande maggioranza del genere umano, siamo in procinto di verificare questa massima per quanto riguarda la disponibilità del nostro stesso pane quotidiano.
Il cibo è una di quelle cose singolari per cui è difficile vivere senza. Tutti noi tendiamo a dare per scontato che il nostro supermercato locale continuerà a offrire tutto ciò che vogliamo, in abbondanza, a prezzi accessibili o quasi. Eppure vivere senza cibo sufficiente, è la prospettiva che sempre più centinaia di milioni, se non miliardi, di esseri umani dovranno affrontare nei prossimi anni.

In un certo senso, questo è veramente paradossale. Il nostro pianeta ha tutto quello che serve per procurare cibo nutriente naturale per sfamare tutta la popolazione mondiale, per più volte. Questo è un dato di fatto, nonostante le devastazioni prodotte dall’agricoltura industrializzata nel corso dell’ultimo mezzo secolo e oltre.
Allora, come può essere che il nostro mondo dovrà affrontare, secondo alcune previsioni, la prospettiva di un decennio o più di carestie su scala globale?
La risposta sta nelle forze e nei gruppi d’interesse che hanno deciso di provocare artificialmente la scarsità di cibo nutriente. Il problema ha diverse importanti dimensioni.

Eliminare le riserve di emergenza

La capacità di manipolare a volontà il prezzo di alimenti essenziali in tutto il mondo - quasi senza tenere conto della reale disponibilità e della domanda di cereali al presente - è piuttosto recente. E questo si comprende anche a stento.
Fino alla crisi cerealicola della metà degli anni ‘70 non esisteva un singolo “prezzo mondiale” per il grano, parametro di riferimento per il prezzo di tutti gli alimenti e dei prodotti alimentari. I prezzi del grano erano determinati a livello locale in migliaia di borse in cui acquirenti e venditori s’incontravano. L’inizio della globalizzazione economica è stato di cambiare tutto questo radicalmente in peggio, quando una modesta percentuale di granaglie commercializzata a livello internazionale era in grado di fissare il prezzo globale per la maggior parte dei cereali coltivati.

Fin dal periodo delle prime tracce lasciate dalla civiltà dei Sumeri, circa duemila anni prima di Cristo, nella regione tra i fiumi Tigri ed Eufrate dell’Iraq di oggi, quasi tutte le civiltà hanno avuto la consuetudine di conservare uno stock di scorte dei raccolti di granaglie - fino ai tempi più recenti. La ragione erano le guerre, le siccità e le carestie. Quando correttamente conservato, il grano poteva essere tranquillamente immagazzinato per un periodo di circa sette anni, permettendo scorte di riserva nei casi di emergenza.

Dopo la Seconda guerra mondiale, Washington istituiva un Accordo generale sulle tariffe doganali e sul commercio (GATT) che doveva servire come cuneo per dare impulso al libero scambio tra le grandi nazioni industriali, in particolare nell’ambito della Comunità europea. Durante le discussioni negoziali iniziali, l’agricoltura veniva deliberatamente esclusa dal tavolo delle trattative su insistenza degli Europei, soprattutto dei Francesi, che consideravano la difesa politica europea della Politica Agricola Comunitaria (PAC) e le protezioni all’agricoltura europea come non negoziabili.

A partire dagli anni ’80, con le crociate politiche di Margaret Thatcher e Ronald Reagan, le posizioni estremiste del libero mercato sulle posizioni estremiste di Milton Friedman della scuola di Chicago divennero sempre più accettate dai principali circoli di potere europei. Passo dopo passo la resistenza all’agenda del libero commercio in agricoltura dettata da Washington andava a dissolversi.
Dopo oltre sette anni d’intenso mercanteggiamento, di pressioni e di azioni lobbistiche, nel 1993 l’Unione Europea finalmente accettava l’Accordo GATT Uruguay Round, che esigeva una forte riduzione del protezionismo delle agricolture nazionali. Al centro dell’Accordo dell’Uruguay Round vi era l’intesa su un cambiamento importante: le riserve di granaglie nazionali, come manifestazione di responsabilità dei governi, dovevano dirsi concluse.

Secondo il nuovo patto GATT del 1993, formalizzato con la creazione di un’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) delegata a vigilare sugli accordi attraverso sanzioni applicabili contro i trasgressori, il “libero commercio” di prodotti agricoli assumeva per la prima volta una priorità concordata fra le nazioni commerciali più importanti del mondo, una fatale decisione, per usare un eufemismo.

D’ora in avanti, le riserve di granaglie dovevano essere gestite secondo le regole del “libero mercato” da compagnie private, le più grandi fra queste erano rappresentate dai giganti del Cartello del Grano degli Stati Uniti, i colossi dell’affarismo agro-alimentare statunitense. Le imprese di granaglie sostenevano che sarebbero state in grado di colmare eventuali lacune di emergenza in modo più efficiente e che avrebbero difeso i governi dai costi relativi. Questa sconsiderata decisione avrebbe aperto le cateratte agli imbrogli e alle manipolazioni senza precedenti del mercato del grano.
La ADM (Archer Daniels Midland), la Continental Grain, Bunge e, prima inter pares, la Cargill— la più grande società privata per il commercio di granaglie e nel settore agro-alimentare nel mondo, sono risultate le grandi vincitrici nel processo del WTO.

L’esito delle trattative GATT sull’agricoltura risultava di sicuro gradimento alla gente della Cargill. Questo non sorprendeva gli addetti ai lavori. L’ex amministratore delegato della Cargill, Dan Amstutz, aveva svolto il ruolo chiave nella stesura della sezione commerciale per l’agricoltura del GATT Uruguay Round.[1]

Nel 1985, D. Gale Johnson dell’Università di Chicago, un collega di Milton Friedman, era co-autore di una relazione di grande rilievo per la Commissione Trilaterale di David Rockefeller, che costituiva il programma per quello che definivano come “riforma dell’agricoltura orientata al mercato”. Il gruppo Rockefeller e i suoi comitati di esperti erano gli architetti di una “riforma dell’agricoltura”, la più radicale nel nostro mondo post-1945.

Il processo di eliminare le riserve di grano governative nei principali paesi produttori è avvenuto con gradualità, ma con l’approvazione del progetto di legge “Farm Bill” del 1996, gli Stati Uniti praticamente eliminavano le loro scorte di grano. L’Unione Europea seguiva poco dopo. Oggi, tra i paesi maggiori produttori agricoli, solo Cina e India continuano a perseverare in una politica di sicurezza strategica nel conservare riserve di grano a livello nazionale. [2]

Wall Street puzza di sangue

L’eliminazione delle riserve nazionali di grano negli Stati Uniti e nell’Unione Europea e negli altri principali paesi industrializzati dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) poneva le basi per il passaggio successivo nel processo, l’eliminazione della regolamentazione sui prodotti derivati ​​delle materie prime agricole, che permetteva manipolazioni incontrollate di una speculazione sfrenata.

 Sotto la giurisdizione del Ministero del Tesoro di Clinton (1999 - 2000), la deregolamentazione dei controlli governativi sulla speculazione delle materie prime agricole veniva formalizzata dalla Commodity Futures Trading Commission (CFTC), l’ente governativo incaricato di sovrintendere il commercio dei derivati ​​negli scambi delle materie prime, così come dalla Direzione generale del Commercio di Chicago o dalla Borsa Mercantile di New York (NYMEX) - e nella legislazione redatta da Tim Geithner e Larry Summers al Ministero del Tesoro.

Come descritto più avanti, non è stato un caso che Wall Street abbia promosso Geithner, ex presidente della New York Federal Reserve, a diventare Ministro del Tesoro di Obama nel 2008, nel bel mezzo della peggiore debacle finanziaria della storia. Qualcosa a che fare con volpi poste a guardia di pollai!
Nel 1972-1973, Henry Kissinger, come segretario di Stato, agendo in combutta con il Dipartimento di Agricoltura e le principali società nel commercio di granaglie degli Stati Uniti, orchestrava un balzo senza precedenti, il 200%, del prezzo del grano. A quel tempo, l’aumento del prezzo veniva innescato dal fatto che gli Stati Uniti avevano sottoscritto un contratto triennale con l’Unione Sovietica, che aveva appena attraversato il disastro di un fallimentare raccolto.


Fonte:  http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=25483

Traduzione per TLAXCALA a cura di Curzio Bettio

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