30 settembre 2009

IL BELGIO APPROVA UNA LEGGE PER SOSPENDERE LA DEMOCRAZIA E I DIRITTI CIVILI IN CASO DI PANDEMIA

Il Parlamento del Belgio ha votato ieri per dare poteri d’emergenza al governo dittatoriale con la scusa di dover far fronte ad una emergenza pandemia. Il Belgio è il primo paese in Europa che sospende totalmente la democrazia ed i diritti civili, per cambiarlo con un regime militare sotto l’autorità di un comitato di “crisi speciale” che risponde in fin dei conti all’OMS ed all' ONU. All’inizio di quest’estate, il ministro della salute belga Laurette Onkelinx ha approvato un decreto con il quale permette alla polizia di partecipare attivamente nelle “emergenze mediche” per la vaccinazione in massa e il periodo di quarantena della popolazione.

E' inoltre trapelato un documento interno francese, firmato dalla ministra della Sanità ed il ministro degli Esteri, per la vaccinazione forzata a fine settembre.

La Cina ha già iniziato la sua campagna di vaccinazione in massa contro la influenza suina lunedì a Beijing, da ciò che sembra è la prima nazione al mondo ad iniziare la vaccinazione della popolazione contro i virus.

Negli Stati Uniti, soldati in uniforme, si stanno dispiegando in tutto il paese per svolgere le funzioni normalmente attribuite alla polizia. Nel Massachusetts si parla di un disegno di legge per consentire alle forze di polizia di costringere alla quarantena e di imporre la legge marziale.
Una presunta funzionaria del governo della California dice che vengono addestrati per mettere bracciali a radiofrequenza obbligatori per tracciare e marcare chi si vaccina contro l’H1N1 e chi no negli Usa. Quelli che non si vaccinano saranno messi su treni e portati nei campi di concentramento o sono ispezionati ai posti di blocco e presi lungo le strade interstatali. Tutto questo entro il 15 ottobre (proprio la data di chiusura dell’anno fiscale negli USA che lascerà in bancarotta). Innumerevoli video e informazioni parlano di eserciti e guardie nazionali che occupando le strade.

Fonte: http://despiertateya.blogspot.com/2009/09/belgica-aprueba-ley-para-suspender.html

Tradotto per Voci Dalla Strada da Vanesa

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29 settembre 2009

AGENZIA EUROPEA DEL FARMACO: IL RITALIN E' PERICOLOSO, MA DEVE RESTARE IN COMMERCIO!



L’Agenzia Europea del Farmaco (EMEA) termina la revisione sul Ritalin®: “aritmie, possibili arresti cardiaci, ischemie cerebrali, psicosi e forme maniacali, alterazioni del pensiero e paranoie, tossicità per la crescita”. (Poma, Giù le Mani dai Bambini®): “Dopo aver trovato conferma a tutti i rischi potenziali di questo psicofarmaco sui bimbi, l’EMEA conclude che comunque va mantenuto in commercio. L’Agenzia del Farmaco non dipende dalla Direzione Sanità dell’U.E., ma dalla Direzione Industria: questo report ne è una prova lampante, invece di difendere gli interessi dei bimbi difendono gli interessi dei produttori”


Il 22 giugno 2007 la Commissione Europea aveva chiesto l’avvio di una procedura di deferimento al CHMP (Comitato per i Medicinali ad uso Umano dell’EMEA) per tutti i medicinali contenenti metilfenidato, il principio attivo del Ritalin®, il contestato psicofarmaco a base di metanfetamina che anche in Italia viene somministrato a bimbi troppo agitati e distratti.

La Commissione
aveva ritenuto infatti che andassero valutati alcuni dubbi sulla sicurezza, comprendenti disordini cardiovascolari e cerebrovascolari, potenzialmente associati al trattamento con questi psicofarmaci. Nel suo report finale, l’EMEA ha presentato le sue conclusioni. In sintesi: “L’analisi dei dati (…) mostra effetti del metilfenidato (…) costituiti perlopiù da aritmie cardiache (compresa tachicardia), ipertensione, arresto cardiaco, ischemia, con qualche segnalazione di morte improvvisa (…) E’ parere del CHMP/EMEA che, dal riesame dei dati emergano prove sufficienti per sospettare l’esistenza di una relazione di causa-effetto tra uso di metilfenidato e tali reazioni, e sono emerse prove precliniche di un effetto diretto del metilfenidato sulla struttura dei tessuti cardiaci.

Le revisioni condotte sulla letteratura scientifica pubblicata e sui dati epidemiologici sono pervenute alla stessa conclusione (…) ed è stato riconosciuto che esiste un rischio potenziale (…). E’ emerso che le segnalazioni di eventi cerebrovascolari riguardavano principalmente: accidente cerebrovascolare, ictus, infarto cerebrale e ischemia cerebrale (…), occlusione arteriosa cerebrale ed occlusione dell’emisfero cerebrale destro. I dati presentati suggerivano che gli eventi si fossero verificati entro le dosi raccomandate
(normale dosaggio terapeutico, ndr).

Gli eventi avversi a livello psichiatrico correlati al metilfenidato e segnalati negli studi clinici comprendevano aggressività, comportamento violento, psicosi, forme maniacali, irritabilità e suicidarietà, quelli emersi più frequentemente nelle segnalazioni spontanee erano comportamento anormale, alterazione del pensiero, rabbia, ostilità, aggressività, agitazione, tic, irritabilità, ansia, pianto, depressione, sonnolenza, ADHD aggravata, iperattività psicomotoria, disordine emotivo, nervosismo, disordine psicotico, variazioni dell’umore, pensieri morbosi, disturbo ossessivo-compulsivo, cambiamento/disturbo della personalità, irrequietezza, stato confusionale, allucinazioni, letargia, paranoia e suicidarietà. Il riesame dei dati pre-clinici indica che il metilfenidato causa mutazioni comportamentali (…) consistenti principalmente in iperattività e comportamento stereotipato. Negli studi pre-clinici sono emerse alcune prove di un effetto del metilfenidato su alcuni parametri della crescita, sulla maturazione sessuale e sugli ormoni collegati (…) nonché potenziale tossicità per lo sviluppo (…)”.


Infine, conclude l’EMEA, in base ai dati presentati “sono stati individuati i rischi significativi derivanti da un uso off-label, da un uso improprio o dalla diversione del medicinale”. Pur considerando assieme tutti questi elementi, il CHMP/EMEA ha comunque concluso che il rapporto rischi/benefici dei prodotti contenenti metilfenidato per il trattamento dei bambini dai 6 anni di età in su è favorevole”, ed ha raccomandato “il mantenimento dell’autorizzazione all’immissione in commercio, modificando però il riassunto delle caratteristiche del prodotto e del foglio illustrativo conformemente a quanto emerso dalla rivalutazione”.

Commenta la notizia Luca Poma, giornalista e portavoce di “Giù le Mani dai Bambini®”, il più rappresentativo Comitato per la farmacovigilanza pediatrica nel nostro paese (www.giulemanidaibambini.org), che riunisce Università, ASL, Ordini dei medici ed associazioni di promozione sociale: “Delle due l’una: o l’EMEA non riconosceva i rischi del metilfenidato, o se li riconosceva – e li ha riconosciuti chiaramente – avrebbe dovuto bloccarne la commercializzazione o comunque assumere determinazioni ben più drastiche che non delle semplici modifiche al foglio illustrativo. Questa vicenda ci chiarisce una volta di più, se mai fosse necessario, chi mira a tutelare l’Agenzia Europea del Farmaco, che dipende stranamente dalla Direzione Industria e non dalla Direzione Sanità e che è continuamente bersaglio delle potenti lobby farmaceutiche: in questo caso tutela le aziende ed i loro interessi finanziari, non certamente i piccoli pazienti”. Il Ritalin®, prodotto dalla multinazionale Novartis® in questi anni è stato un vero e proprio “blockbuster”: un basso costo per confezione ha permesso la Sua diffusione massiccia nel mondo, con oltre 20 milioni di prescrizioni all’anno per sedare comportamenti “difficili” di bambini ed adolescenti e per migliorarne le performance scolastiche.

Fonte: http://www.giulemanidaibambini.org/
Visto su Disinformazione .it

ISRAELE: IL NUOVO DESTINO DELLO SCUDO?


Obama avrebbe eliminato lo scudo antimissili privando in questo modo l’industria militare di circa 60.000 milioni di dollari?

A quanto pare, sembra solo un cambio nella localizzazione e dato che c’è, investire altrettanto in una nuova generazione di missili per l’Europa, che inoltre saranno installati prima del previsto, per situare quello artefatto, che ovviamente avrebbe puntato sulla Russia. C’è stato qualche baratto con Mosca? Washington ha bisogno della Russia per rifornire il suo esercito in Afghanistan, oltre al suo voto a favore per ottenere maggiori sanzioni contro l’Iran, per continuare con la sua politica di castighi non militari su questo paese neutralizzando la pressione che esercita Israele per attaccarlo.

La Russia, incapace di dissuadere Teheran affinchè congeli il suo piano nucleare, ha deciso di abbandonarlo. La mancanza di stabilità e la militarizzazione del regime islamico dopo le fraudolente elezioni presidenziali lo trasformano in una causa persa. “Se la Russia non usa le sue relazioni con l’Iran per frenare la sua ambizione nucleare, gli israeliani si vedranno costretti ad agire”, ha avvertito Simòn Peres.

Il Cremlino non vuole un’altra guerra nelle sue vicinanze. In base a questo ragionamento, Mosca aveva chiesto in cambio l’Ucraina e il Caucaso, corridoio chiave nel trasporto di idrocarburi. Al momento, ha sospeso la vendita di missili antiaerei S-300 all’Iran e l’8 settembre lo ha escluso dal summit dei paesi del Caspio, saltando così gli accordi precedenti che esigono la presenza di tutti i membri. Ma può darsi che la decisione di Obama sia dovuta ad altri fattori: la mancanza di efficienza dello scudo di fronte ai missili di Iskander (Alessander) russi, e principalmente a causa di un accordo con Israele, l’attore invisibile dello scenario che, per il giornale Maariv, aveva proposto a Bush di installarlo in questo paese o nella Turchia della Nato, per aumentare in questo modo il suo muro di sicurezza di fronte all' Iran. Tel Aviv, che vuole utilizzare le navi degli Stati Uniti per installare i suoi missili anti-missili Jetz, creerebbe così una piattaforma galleggiante per altre moschee della Russia, preoccupata per la presenza militare ed economica di Tel Avi in Georgia, regione che cerca di recuperare, e nell’Ossezia del Sud, dove ha dimostrato che “ si, può”.

Sarà la ciliegina sulla più grande manovra militare congiunta di Israele e degli Stati Uniti- prevista per ottobre – guardando verso l’Iran.
La trama geopolitica mondiale continua.

Fonte: http://blogs.publico.es/puntoyseguido/22/israel-%C2%BFnuevo-destino-del-escudo/

Tradotto per Voci Dalla Strada da Vanesa

28 settembre 2009

IL TRATTATO DI LISBONA ALTRO CHE IL CAVALIERE

di Paolo Barnard
E così, mentre tutti guardano da quella parte, da quell’altra accade il nostro destino, ma non c’è nessuno a osservare. Accade per esempio il Trattato di Lisbona, il quale, come tutte le cose che ridisegnano la Storia, che decidono della nostra esistenza, che consegnano a poteri immensi immense fette del nostro futuro, non è al centro di nulla, passa nel silenzio, non trova prime pagine o clamori di alcun tipo, nel Sistema come nell’Antisistema.

Pensate: stiamo tutti per diventare cittadini di un enorme Paese che non è l’Italia, governati da gente non direttamente eletta da noi, sotto leggi pensate da misteriosi burocrati a noi sconosciuti, secondo principi sociali, politici ed economici che non abbiamo scelto, e veniamo privati nella sostanza di tutto ciò che conoscevamo come patria, parlamento, nazionalità, autodeterminazione, e molto altro ancora.


E’ il Trattato di Lisbona, vi sta accadendo sotto al naso, qualcuno vi ha detto nulla? Ribadisco: fra poco Montecitorio potrebbe essere un palazzo dove qualche centinaio di burocrati dimenticati si aggirano fingendo di contare ancora qualcosina; fra poco la Costituzione italiana potrebbe essere un poemetto che viene ricordato agli alunni delle scuole come un pezzo di una vecchia storia; fra poco una maggioranza politica che non sa neppure cosa significa la parola calzino potrebbe trovarsi a decidere come noi italiani ci curiamo, se avremo le pensioni, cosa insegneremo a scuola, come invecchieremo, o se dobbiamo entrare in guerra, e così per tutto il resto della nostra vita. Altro che Cavaliere, altro che Brunetta o Emilio Fede.

Bene, vado per gradi. Nel primo, vi fornisco un breve riassunto delle puntate precedenti; nel secondo vi spiego il Trattato di Lisbona in sintesi; nel terzo l’approfondimento per chi lo desidera.


LE PUNTATE PRECEDENTI

L’Italia è parte dell’Unione Europea (UE), che è la versione moderna di un vecchio accordo fra Stati europei iniziato nel 1957 col Trattato di Roma, il quale partorì la Comunità Economica Europea (CEE), divenuta nel 1967 la Comunità Europea (CE). Si trattava di una unione prettamente commerciale, non politica, ma presto lo divenne: nel 1979 eleggemmo infatti il primo Parlamento Europeo, e fu lì che prese piede l’idea che questa vecchia Europa poteva dopo tutto diventare qualcosa di simile agli Stati Uniti (sempre per fini soprattutto economici). Nel 1993 nacque l’Unione Europea col Trattato di Maastricht, che sancì una serie di riforme eclatanti, fra cui dal 1 gennaio 2002 quella dell’Euro come moneta comune ai suoi membri. Nel 1957 erano sei le nazioni disposte a legarsi fra loro, oggi siamo in 27 membri nella UE, tutti Stati sovrani che sempre più agiscono secondo regole e principi comuni. Infatti, l’Unione Europea si è dotata già da anni di una sorta di proprio governo sovranazionale (che sta sopra ai governi dei singoli Stati dell’unione), chiamato Commissione Europea e Consiglio dei Ministri, di un Parlamento come si è già detto, e di un organo giudiziario che risponde al nome di Corte di Giustizia Europea. La UE ha persino una presidenza, che viene assegnata a rotazione agli Stati membri, e che si chiama Consiglio Europeo. Quindi: questo agglomerato di nazioni che da secoli forma l’Europa, si è lentamente trasformato in una unione che ha già un suo presidente, un suo governo, un suo parlamento e un suo sistema giudiziario. Cioè, quasi uno Stato in tutta regola. Fin qui tutto fila, poiché comunque ogni singolo Paese come l’Italia o la Germania o l’Olanda ecc. ha finora mantenuto la piena sovranità, e i suoi cittadini sono rimasti italiani, tedeschi, olandesi, gente cioè del tutto propria ma che ha accettato sempre più una serie di regole comuni nel nome dell’essere europei uniti e moderni.


Ma a qualcuno non bastava. Nelle elite politiche del Vecchio Continente sobbolliva sempre quell’idea secondo cui questa Europa degli Stati sovrani poteva, anzi, doveva diventare gli Stati Uniti d’Europa, ovvero un blocco cementato di popoli sotto un’unica bandiera, leggi comuni, governo comune e soprattutto un’economia comune. Una potenza mondiale. Ma la litigiosità che ci ha sempre caratterizzato come singoli Paesi, l’individualismo nazionalista, e l’attaccamento ciascuno alle proprie regole e tradizioni, erano l’ostacolo fra gli ostacoli. Infatti l’evidenza dell’andamento dell’Unione suggeriva che pur essendoci adeguati a una ridda di leggi europee, regolamenti e sentenze, ancora ciascuna nazione era ben salda negli interessi di casa propria, e in quel modo gli Stati Uniti d’Europa erano impossibili da realizzare. Occorreva qualcosa di unificante, di potente, più potente degli Stati e dei loro capricci. Cosa? Una Costituzione europea in piena regola, con tutto il potere proprio di una Costituzione.


Ed ecco che quei signori importanti che fanno politica fra Strasburgo, Bruxelles e il Lussemburgo si riunirono nel 2001 nell’anonima cittadina belga di Laeken, e decisero: scriveremo una Costituzione per tutte le genti d’Europa. Fu fatto, sotto la supervisione dell’ex presidente francese Valéry Giscard D’Estaing e con la figura in evidenza del nostro Giuliano Amato. Ma quei burocrati in doppiopetto fecero un ‘errore’: furono aperti e democratici, cioè permisero alle genti d’Europa di conoscere i contenuti della nuova Carta. Nel 2005, mentre noi italiani attivi giustamente perdevamo il sonno per le Tv del Cavaliere, i francesi e gli olandesi bocciarono la Costituzione in due referendum, accusando i burocrati europei di aver redatto un testo scandalosamente ignorante dei temi sociali e altrettanto parziale a favore dei grandi interessi economici. In altre parole: con quella Costituzione, gli Stati Uniti d’Europa sarebbero diventati il parco giochi dei falchi miliardari e terra dolente per le persone comuni, per me e per voi e per i vostri figli.


Fu uno shock per i doppiopetti blu, e soprattutto per i loro sponsor nelle corporate rooms d’Europa. Ricacciati nelle loro Mercedes blindate a suon di voti franco-olandesi, essi decisero la momentanea ritirata, ma non la resa. Infatti, la mattina del 13 dicembre 2007, mentre noi italiani attivi giustamente perdevamo il sonno per la scelta fra PD o Beppe Grillo, ventisette capi di governo europei si riunirono a Lisbona e decisero: ci si riprova, ma stavolta col cavolo che permetteremo ai cittadini di esprimere un parere. Nacque così il Trattato di Lisbona, scritto in segreto, firmato in segreto, segreto nei contenuti che sono praticamente impossibili da leggere, e segretamente persino peggiore della defunta Costituzione. Nel Trattato è sancito il nostro futuro con mutamenti così sconvolgenti da lasciare a bocca spalancata. La mia e la vostra vita, quella dei vostri figli, viene destinata lungo corsie d’acciaio che se definitivamente ratificate saranno quasi impossibili da mutare. Ma quelle corsie dove portano? Al nostro interesse di persone? Al nostro benessere? Alla nostra pacifica convivenza? Ce l’hanno chiesto? Abbiamo voce in capitolo? No, nessuno ce lo ha chiesto e voi non ne sapete nulla.


IL TRATTATO DI LISBONA IN SINTESI

E’ un impianto di regole europee raccolte in un Trattato che non è così come ce lo immagineremmo (un unico testo), ma è formato da migliaia di emendamenti a centinaia di regole già in essere per un totale di 2800 pagine. E’ stato fatto in quel modo con intento truffaldino e anti democratico, come spiego fra poco. Se ratificato da tutti gli Stati, esso diventerà di fatto una Costituzione che formerà la struttura per la nascita di un super Stato d’Europa, come gli Stati Uniti d’America, con una Presidenza, con un governo centrale, un Parlamento, un sistema giudiziario. Questo super Stato diventerà più forte e vincolante di qualsiasi odierna nazione europea. Tutti noi europei diverremo cittadini di quello Stato e soggetti più alle sue leggi che a quelle dei Parlamenti nazionali, pur mantenendo la cittadinanza presente (italiana, tedesca ecc.). Infatti le leggi fatte da questo super Stato d’Europa saranno vincolanti sulle nostre leggi nazionali, e saranno persino più forti della nostra Costituzione. Ma al contrario degli Stati Uniti, tali leggi verranno scritte da burocrati che noi non eleggiamo (es. Commissione Europea), mentre l’attuale Parlamento Europeo, dove risiedono i nostri veri rappresentanti da noi votati, non potrà proporre le leggi, né adottarle o bocciarle da solo. Potrà solo contestarle ma con procedure talmente complesse da renderlo di fatto secondario. Il Trattato di Lisbona infatti offrirà poteri enormi a istituzioni che nessun cittadino elegge direttamente (Consiglio Europeo che sarà la presidenza - Commissione Europea e Consiglio dei Ministri che sarà l’esecutivo - Corte di Giustizia Europea, che sarà il sistema giudiziario), le quali avranno persino la facoltà di far entrare in guerra l’Europa senza il voto dell’ONU. I poteri di cui si parla avranno principi ispiratori pericolosamente sbilanciati a favore del business, con poca attenzione per i bisogni sociali dei cittadini. Tutto il cosiddetto Capitolo Sociale del Trattato di Lisbona (lavoro, salute, scioperi, tutele, leggi sociali, impiego…) è miserrimo, con gravi limitazioni e omissioni, mentre sono sanciti con forza i principi del Libero Mercato pro mondo degli affari. Dovete ricordare mentre leggete queste righe, che stiamo parlando di un Trattato che potrebbe molto presto ribaltare la vostra vita come nulla da 60 anni a questa parte: nuovo Stato, nuova cittadinanza, nuove leggi, nuovi indirizzi di vita nella quotidianità anche più banale, sicuramente meno democrazia, e nessuno che ci abbia interpellati. Come sarà questa nuova esistenza? Migliore, o un salto indietro nella qualità di vita? Saremo più liberi o più schiavi degli interessi delle elite di potere? Anche nel Capitolo Giustizia il Trattato pone seri problemi. Ci sarà un organo superpotente, la Corte di Giustizia Europea, che emetterà sentenze vincolanti sui nostri diritti fondamentali e sulle leggi che ci regolano; la Corte sarà superiore in potere alla nostra Cassazione, al nostro Ministero di Giustizia, ma di nuovo sarà condotta da giudici nominati da burocrati che nessuno di noi ha scelto. Come interpreteranno i nostri diritti di uomini e di donne? Ci hanno interpellati?


Ed è qui il punto. Un Trattato col potere di ribaltare tutta la nostra vita di comunità di cittadini, viene scritto in modo da essere illeggibile ed è stato già ratificato (manca solo la firma dell’Irlanda, che terrà un referendum il 2 ottobre) dai nostri governi completamente di nascosto da noi, e volutamente di nascosto. Questo poiché una versione simile di questo Trattato (la Costituzione Europea) e con simili scopi fu bocciato da Francia e Olanda nel 2005, proprio perché scandalosamente sbilanciato a favore delle lobby di potere europee e negligente verso i cittadini. Scottati da quell’umiliante esperienza, i pochi politici europei che contano (il 90% non ne sa nulla e firma senza capirci nulla) hanno architettato una riedizione di quelle Costituzione bocciata chiamandola Trattato di Lisbona, e la stanno facendo passare in segreto dietro le nostre spalle.


Il Trattato di Lisbona contiene anche clausole di valore, che come ogni altra sua regola sarebbero vincolanti su tutti gli Stati, dunque anche su questa arretrata e cialtrona Italia, e limitatamente a ciò per noi non sarebbe un male. Tuttavia, la mole dei cambiamenti cruciali che porterebbe è tale e di tale potenza per la nostra vita di tutti i giorni e per i nostri diritti vitali, da obbligare chi vi scrive a lanciare un allarme: il Trattato di Lisbona va divulgato alle persone d’Europa e da queste giudicato con i referendum. Pena la possibilità di un futuro molto, ma molto più gramo di quello che qualsiasi Cavaliere potrà mai regalarci.


L’APPROFONDIMENTO

Cosa è.

Il Trattato di Lisbona (di seguito chiamato il Trattato) non è una Costituzione europea, ma ne mantiene esattamente tutti i poteri. Esso non è neppure un trattato in sé, visto che nella realtà si tratta di una colossale mole di modifiche apportate ai due trattati fondamentali della UE, che sono: il Trattato dell’Unione Europea (TEU) e il Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFEU). Ad essi viene aggiunto il Trattato di Nizza del 2003. Ogni singolo articolo del Trattato, inclusi gli annessi e i protocolli, assume una forza enorme, spessissimo sovranazionale, cioè più potente di qualsiasi legge nazionale degli Stati membri della UE.


L’astuzia e l’inganno.

L’intera opera è stata architettata in modo da essere incomprensibile e letteralmente illeggibile dagli esseri umani ordinari, inclusi i nostri politici. In totale si sta parlando di 329 pagine di diversi e disconnessi emendamenti apportati a 17 concordati e che vanno inseriti nel posto giusto all’interno di 2800 pagine di leggi europee. Questo labirinto non è accidentale. Come spiega il parlamentare europeo danese Jens-Peter Bondei primi ministri erano pienamente consapevoli che il Trattato non sarebbe mai stato approvato se fosse stato letto, capito e sottoposto a referendum. La loro intenzione era di farlo approvare senza sporcarsi le mani con i loro elettori. Il nostro Giuliano Amato ribadì il concetto appieno, in una dichiarazione rilasciata durante un discorso al Centro per la Riforma Europea a Londra il 12 luglio del 2007: Fu deciso che il documento fosse illeggibile, poiché così non sarebbe stato costituzionale (evitando in tal modo i referendum, nda)… Fosse invece stato comprensibile, vi sarebbero state ragioni per sottoporlo a referendum, perché avrebbe significato che c’era qualcosa di nuovo (rispetto alla Costituzione bocciata nel 2005, nda)”. (fonte: EuObserver.com). Il sigillo a questo tradimento dei principi democratici fu messo dallo stesso Valéry Giscard D’Estaing in una dichiarazione del 27 ottobre 2007, raccolta dalla stampa europea: Il Trattato è uguale alla Costituzione bocciata. Solo il formato è differente, per evitare i referendum. I capi di Stato erano concordi questa volta: no al parere degli elettori, no ai referendum.


In Italia, il Parlamento ha ratificato il Trattato l’8 agosto del 2008 (già la data la dice lunga), senza alcun pubblico dibattito, senza prime serate televisive, e senza che fosse letto dai parlamentari votanti. Nel resto d’Europa le cose non sono andate meglio, data la natura semi clandestina del Trattato e la specificata intenzione di nasconderlo agli elettori. Ma in Irlanda è successo qualcosa di particolare. Lo scomparso politico Raymond Crotty denunciò la procedura presso la Corte Suprema del Paese, ed ottenne modifiche tali da imporre all’odierno premier Brian Cowen un referendum popolare finale sul Trattato (uno già ci fu nel 2008), che si terrà il 2 ottobre di quest’anno. Si tenga presente che un no irlandese affonderebbe anche questa impresa.


Preciso, ma poi continuo.

Una precisazione è di dovere a questo punto. Ciò che è sotto accusa non è il processo di armonizzazione dei popoli europei, né la possibilità di fonderci in un grande Paese federale europeo alla stregua degli Stati Uniti, né il fatto di avere una Costituzione e leggi comuni in sé. Anzi, per una nazione di cittadini cialtroni e incivilizzabili come l’Italia, il ‘bastone e la carota’ dell’Unione potrebbero essere l’unica speranza di rimanere all’interno del circolo dei Paesi evoluti, e di non sprofondare del tutto nei Bantustan del mondo cui oggi apparteniamo (non per colpa di Berlusconi, ma nostra). Ciò che invece è gravissimo, è rappresentato dal fatto che un cambiamento di portata storica come sarebbe la nascita degli Stati Uniti d’Europa e la perdita del 90% della nostra autodeterminazione come popoli singoli, sta avvenendo secondo principi politici, economici e sociali che nessuno di noi conosce, che nessuno di noi ha discusso o votato. E un’analisi attenta del Trattato ci dice che quei principi sono pericolosamente contrari ai nostri interessi di persone comuni. Ci stanno riscrivendo la vita, nientemeno, e ci potremmo svegliare fra pochi mesi in un mondo che non abbiamo scelto e che ci potrebbe costare lacrime e sangue. Senza ritorno. Altro che “regime dello psiconano”.


Il potere al super Stato, e gli Stati odierni esautorati.

Il Trattato crea le basi legali per la nascita di un grande Stato unico europeo con poteri sovranazionali a tutto campo, cioè con leggi che saranno superiori a qualsiasi legge degli Stati membri (dichiarazioni 17 & 27). Questi poteri del nuovo super Stato d’Europa saranno estesi a 68 nuovi settori dove oggi gli Stati singoli hanno la possibilità di veto, che sarà perduta. Il Trattato sottolinea il ruolo subordinato dei Parlamenti nazionali nella nuova Europa, dove essi dovranno fare gli interessi dell’Unione prima che i propri (Art. 8c, TEU). Nel Consiglio Europeo, che sarà la sede della presidenza del nuovo super Stato, i partecipanti di ciascuna nazione dovranno rappresentare l’Unione presso gli Stati membri, piuttosto che rappresentare gli Stati membri presso l’Unione come accade ora. Essi poi, dovranno “interpretare e applicare le loro leggi nazionali in conformità con quelle dell’Unione”. La Commissione Europea assieme al Consiglio dei Ministri sarà l’esecutivo del super Stato d’Europa. Vi sarà come oggi un Parlamento e la Corte di Giustizia Europea sarà il sistema giudiziario.


Nel capitolo immigrazione le cose staranno così: la nuova Unione avrà frontiere esterne comuni, e deciderà a maggioranza chi potrà entrare e risiedere nei nostri territori, mentre i singoli governi perderanno il potere di decidere su ciò. Di nuovo, nessuno di noi cittadini potrà influenzare i criteri di quelle politiche, che potranno essere troppo permissive oppure disumane.


Si comprende già da questi primi aspetti del Trattato in quale misura drastica i poteri che oggi appartengono ai governi e ai Parlamenti che eleggiamo saranno trasferiti al nuovo super Stato europeo. Non è eccessivo dichiarare che siamo sulla strada per rendere Montecitorio e Palazzo Madama delle marginali rappresentanze di facciata. Le uniche aree dove ancora i Paesi europei manterrebbero autonomia decisionale sono la politica estera comune e la sicurezza. L’europarlamentare danese Jens-Peter Bonde ha dichiarato: Non ricordo un singolo esempio di legge nazionale che non potrà essere influenzato dal Trattato di Lisbona”.


Dunque, super leggi vincolanti. Ma chi le farà?

Sarebbe naturale pensare che nei nuovi Stati Uniti d’Europa, verso i quali il Trattato ci spinge, saranno i rappresentanti eletti dal popolo a fare le leggi, come ovvio. Invece no. Il potere legislativo del nuovo super Stato, come accade già oggi nella meno vincolante UE, sarà ad esclusivo appannaggio di 1) La Commissione Europea che proporrà le leggi, ma che non è direttamente eletta da noi, 2) Il Consiglio dei Ministri che voterà le leggi, neppure esso direttamente eletto dai cittadini. Tenete presente che il ruolo del Consiglio è quasi un proforma, poiché funge praticamente da timbro alle leggi proposte dalla Commissione, visto che solo il 15% di esse viene discusso dai Ministri, e questo non cambierà col Trattato. Insomma, la Commissione Europea non direttamente eletta diverrà potentissima. Tutto ciò è grave. Il Trattato, inoltre, darà alla Commissione un elevato potere di legiferare per decreto, e le sue decisioni saranno persino vincolanti sulle Costituzioni dei Paesi membri. E così le leggi che potrebbero condizionale tutta la nostra vita futura saranno pensate da circa 3000 gruppi di lavoro della Commissione composti da oscuri burocrati che, ribadisco, nessuno ha eletto. Inoltre, questa istituzione non avrà più un Commissario per ogni Stato membro, ma solo due terzi dei Paesi saranno rappresentati a ogni mandato, per cui potrà accadere che una legge sovranazionale e vincolante cancellerà di fatto una legge italiana senza che neppure un italiano l’abbia discussa o pensata.


E allora il Parlamento Europeo? Il Parlamento Europeo non ha e non avrà alcun potere di proporre le leggi né di adottarle o di bocciarle da solo, non potrà votare sul PIL dell’Unione né sulle tasse, e sarà escluso del tutto dal deliberare su 21 settori essenziali su un totale di 90, anche se la sua sfera di competenza è stata estesa ad un numero maggiore di aree. Ciò che ho appena affermato sembra una contraddizione, ma non lo è. Infatti, il Trattato da una parte taglia le gambe al Parlamento (i 21 settori da cui viene escluso), e dall’altra gli dà un contentino (ampliamento aree di competenza), che contentino è visto che nel secondo caso i parlamentari potranno solo decidere ‘assieme’ al Consiglio dei Ministri, dunque non da soli come accade in tutte le democrazie del mondo. Oltre tutto, se anche i nostri eletti rappresentanti in Europa si impuntassero per contestare le leggi della Commissione, avrebbero una vita durissima. Il Trattato stabilisce in quel caso che: se i parlamentari vogliono contestare una legge proposta dalla Commissione dovranno ottenere una maggioranza qualificata nel Consiglio dei Ministri (cioè il 55% degli Stati) o una maggioranza assoluta di tutti i deputati europei. Si avrebbe così il paradosso di politici regolarmente eletti che devono sgobbare per contestare le decisioni di un ‘governo’ che nessuno ha eletto. Già oggi la Commissione si può permettere di snobbare persino i parlamenti nazionali degli Stati membri, come dimostra il fatto che fra il settembre 2006 e il settembre 2007 questi ultimi avevano spedito a Bruxelles ben 152 bocciature di leggi proposte dalla Commissione, col risultato di essere ignorati nel 100% di casi.


Un’ultima stortura insita nell’impianto legislativo europeo si chiama Principio di Sussidiarietà. Stabilisce che nel caso di non chiarezza su chi deve fare che cosa fra l’UE e gli Stati membri, il diritto di agire ricade su chi garantisce la maggiore efficienza. Ma che significa? E chi stabilisce che cosa sia efficiente per noi persone? Ve l’hanno mai chiesto? Ce lo chiederanno?

Il quadro che emerge dal progetto del Trattato vede in primo piano il macroscopico e sproporzionato potere della Commissione Europea, che, bisogna ricordarlo ancora, nessuno di noi elegge. Pensate che occorrerà un terzo dei Parlamenti nazionali europei per, non dico bloccare le proposte della Commissione, ma per ottenere che essa le riconsideri, senza alcun obbligo di altro. Nel frattempo, i Parlamenti nazionali perderanno ben 68 poteri di veto in Europa. Una esautorazione immensa, che, a prescindere dai meriti, nessuno di noi cittadini ha votato e approvato.


Cittadini… di che?

Siamo italiani, tedeschi, olandesi o spagnoli, ma col Trattato diventeremo “in aggiunta” cittadini del super Stato d’Europa (Art. 17b.1 TEC/TFU). Attenzione qui: finora, le regole della UE stabilivano che noi eravamo cittadini europei “come corredo” alla nostra cittadinanza nazionale. Il termine “aggiunta” è usato nel Trattato per esprimere una doppia nazionalità a tutti gli effetti, con però un gigantesco ma: dovete sapere che i diritti e i doveri di questa nostra nuova nazionalità saranno superiori a quelli stabiliti dalle nostre leggi nazionali in ogni caso dove vi sia un conflitto fra di essi, e questo per la sancita superiorità delle leggi dell’Unione rispetto a quelle nazionali e persino rispetto alle nostre Costituzioni. Al di là del merito, è inquietante sapere che potremmo essere obbligati a fare cose non previste dalle nostre leggi, senza aver avuto alcuna voce in capitolo, come al solito.


In campo internazionale.

Il Trattato creerà uno Stato superiore agli Stati membri esattamente come gli Stati Uniti sono superiori ai singoli Stati americani. Esso avrà il potere di firmare accordi internazionali con altri Paesi del mondo, e questi accordi saranno vincolanti su ogni Paese membro anche se i suoi parlamentari sono contrari, e avranno precedenza sulle sue leggi. Avrà il potere di entrare in guerra come Europa e senza l’autorizzazione dell’ONU, lasciando ai singoli Stati il solo potere di “astenersi costruttivamente” (che significa poi collaborazionismo), e imporrà inoltre agli Stati membri un aumento delle spese militari. Il Presidente della nuova Unione non sarà eletto dal popolo come negli USA, ma potrà rappresentarci nei rapporti con Paesi cruciali come l’America, la Russia o la Cina, che non dialogheranno più con i nostri attuali governi su una serie di importanti affari internazionali.


I padroni del vapore.

Uno dei motivi per cui i francesi e gli olandesi bocciarono la Costituzione europea nel 2005, fu che essa magnificava i diritti del business lasciando le briciole ai diritti dei cittadini. Quella Carta fu infatti definita “socialmente frigida”. Il Trattato di Lisbona non altera in alcun modo questo stato di cose, ed è grave. Il problema, gridarono allora i detrattori della Costituzione, era che essa sanciva con forza il principio economico della “libera concorrenza senza distorsioni”, un principi che all’orecchio del profano può anche suonare giusto, ma che nel gergo delle stanza dei bottoni di tutto il mondo significa: privatizzazioni piratesche (ovvero svendite a poche lire ai privati) di tutto ciò che fu edificato con le nostre tasse, speculazioni selvagge nel commercio, precarizzazione galoppante del lavoro e dei diritti di chi lavora, tagli elefantiaci alle nostre tutele sociali e poi… ipocrisia sfacciata, con la notoria regola del ‘capitalismo per i poveri e socialismo per i ricchi’. Cioè: meno salvagenti sociali alla popolazione, ma poi ampi salvataggi di Stato quando è il business a finire nei guai. Infine, la ‘libera concorrenza senza distorsioni’ applicata al commercio europeo significa nessuna tutela di Stato nei Paesi svantaggiati ma sovvenzioni statali miliardarie per le economie opulente dei Paesi ricchi.


Quindi, la ‘libera concorrenza senza distorsioni’ sarà di nuovo sancita nero su bianco dal Trattato, nonostante fosse stata bocciata nella Costituzione. La si trova infatti in una dichiarazione vincolante del Protocollo 6. Come dire: ciò che fu cacciato dalla porta di casa, rientra dalla finestra. Ma c’è molto altro.


Il Trattato, per esempio, dà priorità all’aumento della produzione agricola europea che già oggi è sovvenzionata dall’Unione a suon di 1 miliardo di euro al giorno, ma non spende una parola sulle condizioni di lavoro dei braccianti né sull’impatto ambientale dell’espansione di quel settore, che è fra i più inquinanti del mondo (idrocarburi, pesticidi, consumo acqua…). Ancor più grave è il capitolo del Trattato sul diritto di sciopero, dove si prevede un assoluto divieto se esso ostacola “il libero movimento dei servizi, una clausola che sarà aperta a interpretazioni selvagge; scioperare sarà altrettanto vietato quando colpirà un’azienda straniera che paga salari da miseria in Paesi europei dove il salario medio per lo stesso lavoro è del doppio; si immagini a quali sfruttamenti si andrebbe incontro, col corredo di gravi instabilità e tensioni sociali. Infine, diventa illegale pretendere nei pubblici appalti il rispetto di alcune contrattazioni salariali già acquisite, altra voragine. In tema di salute, il Trattato ha in serbo un pericolo non minore: il capitolo sui diritti del paziente è inserito fra le regole del Mercato Interno, e non in quelle dedicate alla sanità. Innanzi tutto questo significa che per decidere sui diritti di noi ammalati (perché lo saremo tutti nella vita) sarà necessaria solo la maggioranza qualificata dei voti e non l’unanimità, ma soprattutto spaventa trovarsi da ammalati nell’ambito del Mercato, che con la salute non ha proprio nulla a che vedere, come già sappiamo drammaticamente dalla nostra vita quotidiana.


Verremo privati anche del diritto di favorire certi settori della nostra economia anche se chiaramente svantaggiati. Se uno Stato membro deciderà di offrire un trattamento di favore ai propri cittadini in certi aspetti del vivere comune, potrà essere sanzionato. Se deciderà di aumentare l’occupazione pubblica a spese dello Stato per superare una crisi occupazionale (alla New Deal di Roosevelt) sarà sanzionato. La Banca Centrale Europea (BCE) ha il potere di imporre a tutti la stabilità dei prezzi a scapito della piena occupazione. E la BCE sarà arbitro assoluto e incontrastabile delle politiche monetarie, che non di rado significano per noi cittadini indebitati lacrime e sangue (mutui, tassi ecc.). Il Trattato non prevede alcun meccanismo per ridistribuire la ricchezza fra i cittadini ricchi e quelli in difficoltà all’interno dell’Unione; non prevede una politica comune in tema fiscale, salariale e sociale. Non prevede infatti alcun metodo per finanziare il già misero Capitolo Sociale del nuovo super Stato europeo, poiché fra le migliaia di articoli pensati con oculatezza, guarda caso manca proprio quello che armonizzi le politiche fiscali/monetarie/economiche con quelle sociali. Guarda caso.


Scorrendo queste righe, risulta chiarissimo il perché i bravi francesi e olandesi hanno bocciato queste stesse regole quando furono presentate nella Costituzione europea. Qui di sociale c’è poco più del nome. E il sociale è la rete di sicurezza nella mia e nella tua vita di tutti i giorni.


La Giustizia. I Diritti.

In questo settore, il Trattato adotta appieno la Carta dei Diritti Fondamentali, che diventa vincolante per tutti i cittadini del nuovo super Stato d’Europa (Art.6 TEU). Chi deciderà interpretando di volta in volta questi diritti con potere unico sarà la Corte di Giustizia Europea con sede nel Lussemburgo. Infatti, secondo le regole già spiegate in precedenza, anche qui le decisioni della Corte avranno potere sovranazionale e dunque saranno più forti di qualsiasi legge degli Stati membri. Esse poi avranno potere di condizionare ogni singola legge esistente nella UE. Ma chi impedirà alla Corte di interpretare un diritto odierno di un singolo Stato membro in senso più restrittivo? Vi do un esempio: in Svezia, una legge permette ai burocrati di Stato di fare ‘soffiate’ ai giornalisti, per cui il governo non può pretendere che il reporter sveli poi le fonti di uno scandalo pubblicato. Se la Corte decidesse che ciò è illegale, addio avanzatissima legge svedese. E vi ricordo che quando il collega tedesco Hans-Martin Tillack fu arrestato per aver denunciato lo scandalo Eurostat (fondi neri dell’agenzia di statistica della UE), la Corte di Giustizia Europea approvò l’arresto.


Ma chi nomina quei giudici? Nessuno dei cittadini europei, è la risposta. Li eleggono i governi, e questo li rende di fatto a loro soggetti. In altre parole, le sentenze sui nostri diritti fondamentali e sulle leggi che ci governano saranno nelle mani di magistrati del tutto fuori dal nostro controllo e secondo leggi, non lo si dimentichi, fatte da burocrati non eletti. Questo prevede il Trattato di Lisbona, all’apice di almeno duemila anni di giurisprudenza ‘moderna’. Inoltre, ciò che viene deliberato in seno alla Corte di Giustizia Europea avrà precedenza su quanto deliberato dalle nostre Corti Supreme, Cassazione, e da altre Alte Corti europee. Essa ha il potere persino di influenzare la tassazione indiretta (IVA, catasto, bolli ecc.).


Tutto questo è improprio, irrispettoso del diritto dei cittadini di decidere del proprio vivere, visto che siamo e ancora rimaniamo in teoria gli arbitri finali delle democrazie. Qui siamo completamente messi da parte, ingannati e manipolati, con rischi futuri colossali a dir poco. Ma il realismo di cittadino italiano mi impone di aggiungere un altro distinguo. In un Paese come il nostro dove la nostra inciviltà ha portato in Parlamento dei bifolchi subculturati e violenti come i seguaci di Bossi e altri, il fatto che in futuro gli articoli della Carta dei Diritti Fondamentali e del Trattato di Nizza (diritti di prima, seconda, terza e quarta generazione; dignità umana; minoranze; diritti umani; no pena di morte; diritti processuali ecc.) saranno vincolanti in Italia potrebbe essere la salvezza, nonostante i pericoli che ho delineato. E queste considerazioni mi portano a dire che la critica al Trattato di Lisbona fatta dalla prospettiva italiana è un affare ambiguo, poiché se è vero che quel Trattato potrà da una parte travolgere in negativo le nostre vite e drammaticamente il futuro dei nostri figli, è anche vero che certa barbarie e mediocrità a tutto campo degli italiani rendono impossibile capire dove sia la padella e dove la brace, ovvero se ci farà più male entrare nell’Europa di Lisbona o rimanere l’Italia sovrana di oggi. La risposta sarebbe né l’una né l’altra, certo, ma il rischio per noi italiani di combattere e vincere la battaglia contro l’inganno del Trattato, è poi di ritrovarci qui a soffocare nella melma italica senza neppure l’Europa a mitigarla. Questo va detto per onestà.


Conclusione.

Se ripercorrete i capitoli principali che vi ho esposto, non potrete non rendervi conto che come sempre i grandi giochi che regoleranno ogni futuro atto della vostra vita di cittadini si decidono altrove e in segreto, mentre nessuno nell’Italia che protesta contro il secondario berlusconismo vi aiuta a capire cosa e chi veramente aggredisce la democrazia, e chi veramente tira le fila della vostra esistenza. E’ scandaloso che si sia pensato agli Stati Uniti d’Europa come a un colosso di potere in mano a oscuri burocrati non eletti e massicciamente sbilanciati verso il business, con le briciole lasciate a quel fastidioso ‘intralcio’ che si chiama popolo. E il tutto di nascosto. Questa macchina va fermata e la parola va restituita a noi, i cittadini, attraverso i referendum, come accade in Irlanda. Il Trattato di Lisbona pone 500 milioni di esseri umani in bilico fra due possibilità: un dubbio progresso, o la probabile caduta in un abisso di dominio degli interessi di pochi privilegiati su un oceano di cittadini con sempre meno diritti essenziali. Sto parlando di te, di me, di noi persone.


Ma noi italiani attivi siamo giustamente impegnati a discutere di Tarantini, di Papi, di “farabutti” e di "psiconani". Giustamente.

Paolo Barnard
Fonte:www.paolobarnard.info
Link: http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=139
25.09.2009

Le fonti di questo articolo:

Il Trattato di Lisbona, http://bookshop.europa.eu/eubookshop/bookmarks.action?target=EUB:NOTICE:FXAC08115:EN:HTML&request_locale=EN

From the EU Constitution to the Lisbon Treaty. The revised EU Constitution analysed by the Danish member of the two constitutional Conventions, Jens-Peter Bonde.

The Treaty of contempt Robert Joumard, Michel Christian and Samuel Schweikert (Commission for European Integration, Attac Rhône) September 7, 2007

An analysis of the Lisbon Treaty by Prof. Anthony Coughlan, The Brussels Journal. European and constitutional law by Anthony Coughlan, Secretary of the National Platform EU Research and Information Centre, 24 Crawford Avenue, Dublin 9, Ireland.

The Reform Treaty: Treaty of Lisbon: di Giuseppe Bronzini - Magistratura Democratica,

da Budgeting for the Future, Bulding Another Europe, Sbilanciamoci 2008.

From Constitution to Reform, or from bad to worse. Susan George - Chair of the Transnational Institute.

Fonte: http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=139

26 settembre 2009

CHI HA DETTO CHE LA CRISI E' FINITA?


Nessuna istituzione o esperto del sistema osa mettere la sua firma alla "fine della crisi" globale del capitalismo. Con sfumature diverse, dal FMI, al Gruppo degli Otto, anche per i più prestigiosi analisti e media di Wall Street concordano sulla valutazione. In questo scenario, i numeri in rosso che continuano a spuntare da tutte le variabili della prima economia imperiale invalidano qualsiasi ipotesi di recupero immediato della crisi che è diventata da economica a sociale in tutto il territorio statunitense.


Anche se le autorità ufficiali e i mercati azionari si congratulano per "l'uscita dalla crisi", i dati (compresi gli ufficiali) continuano a dimostrare che la crisi (indebitamento e calo del guadagno) non è andata via, negli Stati dell' Unione peggiora la disoccupazione (tasso di disoccupazione e tagli salariali), e gli adeguamenti si estendono (riduzione dei piani sociali) in tutto il territorio degli Stati Uniti.

Sul fronte interno, accompagnata dal declino di Obama, la crisi economica (debito e basso recupero), degli Stati peggiora la disoccupazione (tasso di disoccupazione e tagli salariali) e si estendono gli "adeguamenti" selvaggi (riduzione dei programmi sociali) in tutti gli Stati Uniti.

Nella sua intervista alla Cnn il presidente Usa ha detto che il tasso di disoccupazione degli Stati Uniti è destinato a peggiorare nei prossimi mesi.

Obama ha avvertito che non ci sarà una creazione di posti di lavoro sufficienti fino all’anno prossimo. "Vorrei mettere in chiaro che la situazione occupazionale probabilmente non migliorerà in modo significativo e che potrebbe persino peggiorare leggermente nei prossimi mesi", ha detto alle telecamere della CNN.

“Non vedremo sufficienti posti di lavoro fino all’anno prossimo” ha concluso. Ad agosto di quest’anno, il tasso di disoccupazione negli USA è salito al 9,7% (a luglio era del 9,4%), il tasso più alto dal 1983.

Secondo una relazione del Dipartimento del Lavoro Usa, rilasciato giorni fa, il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti ha stabilito un record nel mese di agosto e si attesta ora al 9,7% (nel mese di luglio è stato del 9,4%), il più alto tasso di in ventisei.

Lo scorso mese, ha precisato l' informativa del ministero del lavoro, si sono persi altri 216.000 posti di lavoro in tutto il paese, nel quadro della peggiore crisi economica degli USA dal tempo della Depressione degli anni 30 del secolo scorso.

"Agosto è diventato il terzo mese consecutivo in cui i governi statali e locali eliminato posti di lavoro, riflettendo le riduzioni che hanno dovuto fare per rispondere al calo delle imposte sul reddito e sul patrimonio. Questo motivo è stato la causa che una buona parte dei 18.000 posti di lavoro governativi persi ad agosto ( il servizio postale statunitense ha licenziato circa 8.500 lavoratori), e gli analisti prevedono che le riduzioni proseguiranno per tutto l'anno" mette in allerta il Wall Street Journal.

Secondo David Rosenberg, ex capo di economia degli Stati Uniti di Merrill Lynch: "Le cifre ufficiali relative ai disoccupati durante la recessione sono raddoppiate per raggiungere 14 milioni, e se si considera tutta la depressione che esiste nel mercato della mano d’opera, le cifre non ufficiali arrivano quasi ai 30 milioni, e questo rappresenterebbe un altro record”

Aumenteranno le perdite di posti di lavoro per più tempo del previsto? Dopo la recessione “arriveranno cifre in ribasso di nuovi posti di lavoro, persisterà e continuerà ad essere comune la disoccupazione a due cifre? “, si chiedeva in un dossier pubblicato a settembre sul Time Kissinger Associates.

E 'oscura anche la ripresa dei consumi attraverso il credito.

Da un dossier diffuso venerdì scorso dalla Federal Reserve, i prestiti industriali e commerciali delle banche principali degli Stati Uniti sono scesi da 2,400 miliardi a 1,867 miliardi di $ nella settimana conclusa il 9 settembre, l’ultima settimana per la quale sono disponibili dati statistici.Nella settimana precedente, i prestiti sono diminuiti di 11 miliardi di $.

I certificati dei depositi di maggior quantità nelle banche inclusi nei sondaggi della FED si sono ridotti da 31.300 milioni di dollari a 1,867 milioni di milioni nella settimana recente, dopo essere saliti a 2 miliardi di dollari nella scorsa.

I prestiti ipotecari rinnovabili sono aumentati da 1.300 milioni di dollari a 604.000 milioni di dollari, dopo di essersi ridotti di 1.800 milioni di dollari la settimana scorsa.

L'incidenza del credito al consumo indicano che l'economia reale non sta procedendo nel suo recupero.
La Federal Reserve aveva informato a settembre che il credito totale al consumo è caduto in un record di 21.600 milioni di dollari a luglio e nell’anno 2,47 miliardi cioè di un 10,4%.

“E’ un segnale importante in più, che i consumatori non contribuiranno molto all’economia durante il resto di quest’anno e probabilmente (almeno) una buona parte dell’anno prossimo” è quanto affermato da Bernard Baumohl, economista capo globale di The Economic Outlook Group.

Per quanto riguarda la povertà, un rapporto pubblicato dalla Census Bureau Usa ai primi di settembre, indica che alla fine del 2008 39,8 milioni di persone si sono impoverite, la più alta dal 1960 e 17,1 milioni vivevano in condizioni di estrema povertà meno della metà del limite ufficiale.

"Ci troviamo in un recupero tecnico, ma i rischi sono ancora abbondanti", ha dichiarato Diane Swonk di Mesirow Financial. "Ci vorrà ancora un po 'di fortuna e abilità affinchè la popolazione generale senta parte del sollievo che ha sentito Wall Street”, ha aggiunto.

Dopo un anno dalla debacle della Lehaman Brothers Holding Inc (LEHMQ), 100 economisti interpellati dal The Wall Street Journal, hanno assegnato un punteggio di 80 su 100 alla risposta generale di fronte alla crisi data da Bush e Obama, così come la FED.

Sebbene gli economisti intervistati prevedono che l'economia creerà posti di lavoro nei prossimi 12 mesi, è previsto un aumento netto di solo 200.000 in questo periodo e che il tasso di disoccupazione si mantenga a dicembre 2010 sul 9,3%.

Quando gli hanno chiesto qual’era in questo momento il maggior rischio per l’economia, 10 economisti hanno messo in risalto la debolezza dei mercati del lavoro. Altri 10 hanno affermato di essere preoccupati per il sistema finanziario e nove hanno menzionato la fragilità del settore dei consumatori. Sette economisti hanno considerato che i problemi del settore degli immobili rappresentano il rischio più grande.

I segnali sono chiari: La crisi finanziaria che si è sviluppata in recessione prima, minaccia di diventare (per l'effetto combinato di disoccupazione e di tagli alla spesa pubblica) in un collasso sociale difficile da prevedere degli Stati Uniti.

L’ultimo rifugio per i lavoratori (e le classi sociali meno protette) si è visto colpito da un declino nella raccolta di fondi fiscali, segnala il Wall Street Journal.

Durante le prime fasi della recessione statunitense, aggiunge, gli stati ed il governo centrale hanno costituito un rifugio sicuro per i lavoratori. Ma adesso, anche il settore pubblico sta licenziando i suoi impiegati nel suo impegno nel ridurre costi ed equilibrare i preventivi.

In questo scenario, la nazionalizzazione della crisi sociale per mezzo degli adeguamentie dei licenziamenti abilita un passaporto verso gli scioperi ed i conflitti sociali apparsi fino ad adesso come fenomeni inediti nella prima potenza imperiale.

Secondo il Wall Street Journal, la proiezione anticipata del drastico taglio della spesa sociale (che già è presente in California) esteso a tutti gli stati, prevede licenziamenti e tagli degli stipendi degli impiegati pubblici, piani di pensione anticipata, riduzione dei fondi pensionistici, l' educazione, la salute pubblica e tagli nei programmi per alleviare la fame.

È interessante notare che, spinti dal malessere economico e da un deficit fiscale storico, l'Impero è costretto ad attuare le proprie ricette in casa per affrontare una crisi che ha portato alla crisi sociale del lavoro e della disoccupazione di licenziamenti in massa che si verificano in tutto il territorio degli Stati Uniti

La crisi come viene espresso dal Journal, non se la prende con le classi sociali che più hanno ma con i settori più deboli della popolazione colpendo principalmente occupazioni ed impieghi sotto qualificati.

In un estremo ci sono le macroaziende con un invidiabile acceso al credito, nella maggior parte i conglomerati di Wall Street. Nell’altro estremo, soprattutto le piccole imprese che possono solo avere un finanziamento a condizioni pazzesche e proibitive.

Tra i consumatori, ad un estremo ci sono gli impiegati che contano su un lavoro solido nell’altro milioni di debitori che cercano di stare a galla.

Per gli esperti il colpo al lavoro comunale e statale, è dovuto in parte ad entrate più basse delle tasse sulla proprietà, è un colpo di coda della crisi degli immobili che ha fermato l’economia negli ultimi anni. Molti di questi lavoratori stanno vedendo come crolla un altro tetto del mercato del lavoro, con poche speranze che si recuperi prima dell’anno prossimo.

Quindi, mentre aziende e banche piccole e medie falliscono senza accedere agli “stimoli” dello Stato, la Goldman Sachs, le piovre finanziarie di Wall Street e le borse mondiali, riciclano una nuova “bolla” del guadagno, non più con denaro speculativo proveniente dal settore privato ma con fondi pubblici (delle tasse pagate dalla società), messi automaticamente in un nuovo ciclo di guadagno capitalista con la crisi.

Allo stesso tempo, l'economia reale dell'Impero continua a cadere nelle sue principali variabili, la crescita "debole" non è visto come il motore di una rinascita, ed i settori più vulnerabili stanno già sperimentando gli "aggiustamenti" e una massiccia disoccupazione, alimentando una crisi sociale, i cui effetti sono ancora difficili da misurare.

Fonte: http://www.iarnoticias.com/2009/secciones/norteamerica/0091_numeros_en_rojo_21sept09.html

Tradotto per Voci Dalla Strada da Vanesa

25 settembre 2009

LA PRIVATIZZAZIONE DEL MARE


di Gustavo Duch

Prima della creazione della Organizzazione Mondiale del Commercio o dei trattati sul libero commercio, già si contava su uno strumento fantastico per arricchirsi alle spalle delle risorse naturali e dei beni di uso pubblico dei paesi del Sud: le mono coltivazioni. Con esse si poteva estrarre il massimo profitto economico tanto dagli ecosistemi come dai lavoratori locali. Questa è stata la strada per il dominio e la dipendenza durante l’epoca coloniale. Lì ci sono i cicli dorati- e le sue rispettive cadute strepitose- della canna da zucchero, il caffè o il caucciù, sommati adesso a milioni di ettari destinati alla coltivazione della palma di olio o di soia.

Ma tra le mono coltivazioni industriali emergenti, figlie del nuovo colonialismo del mercato, ne esiste uno a base di pesce carnivoro introdotto nelle acque incontaminate del sud del pianeta: la monocoltura intensiva di salmoni nel sud del Cile, la cui produzione nel 98% ha come destinazione i mercati del Giappone, Stati Uniti e UE. Questa industria è cresciuta fino a raggiungere i 2.400 milioni di dollari nel 2008, portando il Cile ad essere il secondo produttore dopo la Norvegia. Però, in meno di due anni, l’ipotetico miracolo del salmone ha mostrato tutta la sua fragilità. Più di 17.000 lavoratori sono stati licenziati, solo il 20% dei 550 centri di coltivazione continuano ad essere operativi, le produzioni sono calate di un 60% e l' industria accumula un debito con le banche che supera i 1.600 milioni di dollari. Cosa ha fatto fallire questo miraggio del falso sviluppo? Qualcosa di sottile come il virus dell' Anemia Infettiva del Salmone.

Con una presenza significativa delle multinazionali norvegesi, giapponesi e spagnole (Pescanova), i pregiati e sconosciuti fiordi, baie e canali interni tra l’arcipelago di Chiloè e la Patagonia cilena si trovano attestati di gabbie circolari di 30 metri per 60 di profondità dove si ingrassano i salmoni. Un sistema di monocoltura intensiva, con alti costi ecologici e sociali, esternalizzati, e miliardi di dollari di profitti privati. Come dice il mio amico e collega veterinario Juan Carlos Cardenas, direttore della ONG Ecoceani, “nel sud del Cile le multinazionali del salmone fanno tutto quello che non gli è concesso nei loro paesi”. Cardenas spiega che il Cile rappresenta per l’industria del salmone straordinari vantaggi comparati al nord Europa. Sia negli aspetti ambientali, come nelle politiche governative d’incentivi all’investimento estero. Questo, assicura l’accesso a fonti di farina e olio di pesce, mano d’opera a basso costo, sussidi ed una legislazione ambientale e sanitaria abbastanza debole. Crescere salmoni come se stesero in barattoli di sardine è l’equivalente a porcili flottanti o l’allevamento industrializzato di galline.

Si trovano così insaccati che, per le stesse fonti del servizio Nazionale della Pesca, rispetto alla produzione di salmoni prodotti in Norvegia l’industria ha usato 600 volte in più antibiotici per tonnellata. Preoccupano anche i salmoni, che impauriti per il loro futuro, riescono a fuggire dalle loro prigioni minacciando la sopravvivenza di varie specie autoctone di pesci e, quindi, la pesca artigianale. Pesca che, dall’altra parte, si è ridotta molto, dato che per alimentare i salmoni a domicilio si usano tracuri, acciughe e sardine. Per produrre un chilo di salmone in confinamento si necessita tra cinque e otto chili di queste specie di pesci silvestri abituali nella dieta umana. Un disastro a livello energetico, un disastro per migliaia di pescatori su piccola scala. Se state pensando che loro almeno potranno pescare i salmoni fuggiti, vi sbagliate. Nel sud del Cile è proibito pescare e vendere i salmoni che si trovano nel mare, perché continuano ad essere proprietà delle multinazionali di salmone prima citate.
Salmoni con codice a barre?

Perché il piatto di salmone costi così poco lo stesso sarà costato il personale che lavora in mare e nelle piante di lavoro. Raul Zibechi, dell' organizzazione Programa de las Américas, scrive sulle cattive condizioni di lavoro delle 50.000 persone impiegate nel settore: “Due terzi delle aziende del salmone violano la legislazione lavorativa. Le donne, che costituiscono il 70% dei lavoratori del settore e l’80% in pianta stabile, soffrono il freddo, l’umidità, il sovraffollamento e ostacoli per andare in bagno”. Dicevo che la mono coltivazione del salmone è molto significativa, perché, con qualche anno d’anticipo, sta attraversando delle fasi che adesso ci sembrano di routine. Nel 2007, prima della crisi finanziaria mondiale, è arrivata la crisi al settore per l’entrata del virus nei centri di produzione e poco dopo il governo cileno si è lanciato nel riscatto dell’industria del salmone attraverso due vie: la consegna senza condizioni di una linea di credito e una polemica modifica della Legge di Pesca e Acquicoltura per permettere la cessione perpetua dei diritti sul litorale alle compagnie dei salmoni ( incluse le multinazionali), permettendo che le compagnie debitrici potessero ipotecare con la banca creditizia le concessioni di acquicoltura. Cioè, beni nazionali di uso pubblico con i quali le banche potranno speculare, comprare e vendere. Le banche principali creditizi sono la BBVA, Rabobank e Itaù. In altre parole, si privatizza una risorsa pubblica, si privatizza il mare. Un' altra monocoltivazione in rapido declino.

Gustavo Duch è ex direttore di Veterinari Senza Frontiere e collaboratore dell’Università Rurale Paulo Freire.

Fonte: http://blogs.publico.es/dominiopublico/1552/la-privatizacion-del-mar/

Tradotto per Voci Dalla Strada da Vanesa

24 settembre 2009

CAMPAGNA DELLA "LOBBY" NUCLEARE TEDESCA


Attivisti antinucleare con falsi fusti di rifiuti radioattivi
nel corso di una protesta a Monaco di Baviera.



Un documento confidenziale spiega come far pressione sui partiti prima delle elezioni federali.


Tutti i lobbisti lavorano intensamente prima delle elezioni come quelle che si svolgeranno in Germania domenica prossima. Poco viene alla luce sulle loro attività, a meno che improvvisamente non sfugga un documento di lavoro. Questo è quello che è appena successo alla lobby nucleare tedesca, che da mesi elabora dettagliatamente la situazione pre-elettorale per far pressione sui politici a favore dei propri interessi.
"L'obiettivo finale di questa strategia è quello di influenzare positivamente il dibattito sulla proroga delle licenze di esercizio della centrale tedesca", dice un dossier di 109 pagine datato 11 novembre 2008, firmato dalla consulenza politica di Berlino PRGS sotto incarico di Eon Kraftwerkw GmbH, la sezione nucleare del gigante energetico tedesco, a cui ha avuto accesso Pubblico.
Il colosso industriale Eon non vuole che si parli di energia durante la campagna elettorale.
Vari giornali web ieri si sono fatti eco dell'esistenza del dossier, che contiene una lista di media e di giornalisti classificati in base alla loro affinità con l'energia nucleare.

Diffusione imbarazzante.
La sua diffusione, 4 giorni prima delle elezioni, risulta molto imbarazzante non solo per Eon ma anche per i partiti pro-nucleare, come l' Unione Democratica Cristiana (CDU) di Angela Merkel e dei suoi alleati del Partito Libero Democratico (FDP), sostenitori del programma di abbandono completo dell'energia nucleare nei prossimi 15 anni.
La maggior parte dei tedeschi rifiuta l'energia nucleare in un momento in cui gli incidenti e i guasti nelle centrali di Krümmel e Brunsbüttel e nel deposito di residui di Asse si sono moltiplicati. Inoltre, la Germania continua senza avere un deposito centrale, dato che la miniera di sale di Gorleben in Bassa Sassonia, si è rivelata inadeguata.

Il dossier raccoglie una serie di esaustivi argomenti a favore del nucleare: un' energia sicura e a basso costo che riduce la dipendenza dalle importazioni. Analizza la posizione dei diversi partiti, uno ad uno, e raccomanda di evitare che l'energia nucleare si trasformi in argomento della campagna elettorale, perchè questo potrebbe mobilitare i potenziali votanti del Partito Social Democratico Tedesco (SPD) e dei Verdi.
La strategia, chiaramente formulata, consiste nell'accentuare il compromesso di Eon con le energie pulite e lavorare di nascosto a favore del nucleare. La consulta raccomanda, per esempio, diffondere la paura "della dominazione russa" per la somministrazione energetica. "Questo argomento geostrategico risveglia vecchie paure storiche", dice. Questo passaggio è specialemente delicato per Eon, che vuole importare gas russo in Germania.
Eon e PRGS ieri hanno dichiarato che il dossier non è altro che un progetto di relazioni pubbliche che la consulta ha proposto, senza successo, al consorzio energetico.

Fonte: http://www.publico.es/internacional/254668/campana/lobby/nuclear/aleman

Tradotto per Voci Dalla Strada da Vanesa

23 settembre 2009

LA RESISTENZA VERSO L'ISURREZIONE CIVILE GENERALIZZATA

Il Brasile porta il caso al Consiglio di sicurezza dell'ONU - 300 persone rinchiuse nello stadio - La resistenza si trasforma in insurrezione civile generalizata - Gli USA devono scegliere tra Zelaya e i gorilla

Tito Pulsinelli
I militari hanno occupato l’area attorno all’ambasciata del Brasile dove si trova il Presidente Zelaya. Hanno sloggiato le case adiacenti ed hanno piazzato sui tetti cecchini con il volto coperto. La sede diplomatica continua ad essere privata di luce ed acqua.
Da New York, Lula ha ammonito i golpisti, mettendoli in guardia ed esigendo il rispetto della vita di Zelaya e delle istallazioni. Ha replicato seccamente alla delirante ingiunzione dei golpisti a consegnare Zelaya o a concedergli asilo politico.

Più tardi, Zelaya ha rivelato che i militari hanno in animo di approfittare delle ore notturne per assaltare l’ambasciata ed assassinarlo, spacciando il crimine come un “suicidio”. Il Brasile porterà questo caso di fronte al consiglo di sicurezza dell’ONU giovedì, per sollecitare un intervento decisivo che metta fine alla sfida dei gorilla honduregni contro la “comunità internazionale” che –già tre mesi addietro- aveva coralemente condannato i golpisti e teso un cordone sanitario per isolarli diplomaticamente.

Non è bastato. Il ritorno di Mel Zelaya è stata una mossa decisiva e totalmente imprevista che ha mandato all’aria le manovre ambigue e dilatorie degli Statu Uniti. La pretesa di incaricare il Costarica di togliere le castagne dal fuoco alla Casa Bianca –seriamente compromessa nel golpe- è fallita, perchè osava mettere sullo stesso piano i golpisti ed un presidente legíttimamente eletto.

La presenza di Mel Zelaya in patria, ha letteralmente colto di sorpresa i golpisti, che stanno reagendo come peggio non si potrebbe. Nonostante il loro isolamento, ritenevano di poter resistere contro la ribellione popolare fino alla fine di novembre. Però con Zelaya a Tegucigalpa e i riflettori che si sono riaccesi sull’Honduras, naufraga la loro illusione di poter organizzare un imbroglio elettorale che lavasse la faccia al potere politico, sporca di troppo sangue.

Zelaya ha fatto la sua mossa nel momento più opportuno e con l’appoggio evidente di vari governi sudamericani e del Centroamérica. Ha sparigliato il gioco truccato, ed ora il re è nudo. Gli Stati Uniti non possono più giocare sulle ambiguità, nè possono nascondersi dietro il loro vassallo del Costarica.

Devono prendere posizione e scegliere: Zelaya o il golpe militar-impresariale. Obama deve decidere se chiudere sul nascere ogni spiraglio di intesa con l’America latina, in tal caso continuerà a reggere il bordone alle elites oscurantiste dell’Honduras. Oppure, delimita le iniziative ultras del Pentagono, e sceglie la difesa della democrazia e dei movimenti civili che sono sorti dalle viscere di società impoverite e saccheggiate dal neoliberismo.

Oggi, le gesta repressive dei gorilla furiosi hanno avuto come scenario anche la cintura periferica della capitale (1), dove scorazzavano con megafoni e minacciavano di morte chiunque avrebbe osato uscire per protestare. Quando hanno sfondato le porte delle case e gettato lacrimogeni all'interno, incuranti dei vecchi e dei bimbi, la gente è scesa in strada e si sono scontrati con i militari. Dapprima in maniera spontanea ed improvvisata, via via in modo più sistematico, e sono comparse le prime barricate.

E' in atto una insurrezione civile che -dopo 87 giorni- ha aumentato di intensità e drammaticità. La dittatura non sa più dove mettere i numerosi giovani detenuti, e ne ha rinchiusi 300 nello stadio della villa olimpica. Nel più autentico e sfacciato "stile Pinochet".

(1) Colonia La Canada, 21 de febrero, Nueva Era, Victor F. Ardon, El Reparto, Centro America, Oeste Villa Olimpica, Colonia El Pedregal, El Hatillo, Cerro Grande, Barrio Guadalupe, Barrio El Bosque, Colonia Bella Vista, Barrio El Chile


Fonte: http://selvasorg.blogspot.com/2009/09/la-resistenza-verso-linsurrezione.html

22 settembre 2009

FAME: IL DILEMMA DEL SISTEMA CON IL "SURPLUS DI POPOLAZIONE"



di Manuel Freytas

Per l’Onu con “meno dell’ 1% dei fondi economici utilizzati dai governi capitalisti centrali per salvare il sistema finanziario globale (banche e aziende che hanno scatenato la crisi economica), si potrebbe risolvere la calamità e la sofferenza di 1 milirdo di persone (quasi la metà della popolazione mondiale) che sono vittime della famein tutto il mondo. E perché non lo fanno? Per un motivo di fondo: I poveri, i senzatetto, il “surplus di popolazione” non sono un “prodotto che produce guadagno” al sistema capitalista.

In mezzo all’euforia scatenata da quello che gli analisti del sistema chiamano “l’inizio della fine della crisi recessiva internazionale", l' ONU ha avvertito mercoledì che la fame nel mondo è aumentata in modo significativo stabilendo un record negli ultimi due anni.

In un primo capitolo, nel 2008, e a causa dell’aumento dei prezzi del petrolio, ci fu un escalation a livello mondiale dei prezzi alimentari che ha accelerato il processo di carestia che regolarmente subiscono le popolazioni più vulnerabili, in Asia, Africa e America Latina.

In un secondo capitolo, con lo sviluppo della crisi recessiva globale, questo processo si è intensificato gettando le persone più diseredate alla marginalità e alla carenza di alimenti per sopravvivere anche solo in modo precario.

Per l' Onu, nel mondo ci sono più di 1.000 milioni di persone che soffrono la fame, la cifra più alta nella storia e in tutto il pianeta ci sono 3.000 milioni di malnutriti, che rappresentano quasi la metà della popolazione mondiale di 6.500 milioni.

I dati sono stati rilasciati quasi simultaneamente dal direttore del World Food Program (WFP), Josette Sheeran, a Londra, e il relatore speciale dell'ONU sul diritto all'alimentazione, Olivier de Schutter, in un forum in Messico.

La direttrice del WFP ha stimato la cifra degli affamati, cioè delle persone che non hanno accesso alle esigenze basiche dell’alimentazione, in 1.020 milioni, ed ha avvertito che il flusso di aiuto umanitario è al suo minimo storico.

Per Sheeran: “Quest’anno ci sono più persone affamate che mai” ed ha sottolineato che “molti si svegliano e non hanno un piatto di cibo”.

"Il problema con la crisi alimentare e la crisi finanziaria è che ha permeato tranquillamente in tutto il mondo, colpendo selettivamente i miliardi che sono alla base del mondo (in termini di povertà), che sono i più vulnerabili", ha detto Sheeran a Reuteurs in una intervista.

Secondo il funzionario responsabile per l'agenzia umanitaria dell' ONU, questa situazione è una “ricetta per il disastro” e sembra essere “critica per la pace, la sicurezza e la stabilità in molti luoghi nel mondo.

Inoltre, Sheeran ha avvisato che il WFP affronta “un grave deficit finanziario”, perché quest' anno ha ricevuto solo 2.600 milioni di dollari su un totale di 6.700 milioni di dollari che sono necessari per dare da mangiare a 108 milioni di persone in 74 paesi. In concreto, questa mancanza di fondi si traduce in un ritaglio del programma che si sviluppa in diversi paesi.

Bisogna chiarire, come esempio più chiaro, che i 6.700 milioni di dollari del programma per “combattere la fame mondiale” equivalgono solo ad un 10% della fortuna personale di Bill Gates, l’uomo che è in testa alla lista di milionari a livello globale.

La direttrice del WFP ha osservato che con "meno dell'1%" di iniezioni finanziarie che i governi hanno fatto per salvare il sistema finanziario globale si potrebbe risolvere il flagello di milioni di persone che sono vittime della carestia.

La fabbrica della fame

All'interno del mercato e della società capitalistica dei consumatori, la logica di produzione non è misurata in base alla soddisfazione dei bisogni fondamentali della società (cibo, alloggio, salute, istruzione, ecc). Ma per l'ottimizzazione dei parametri del profitto privato.

La produzione dei beni e dei servizi (essenziali per la sopravvivenza) controllata dal capitalismo è socializzata, ma il suo utilizzo è stato privatizzato. Non risponde a fini sociali di distribuzione equitativa della ricchezza prodotta dal lavoro sociale ma agli obiettivi della ricerca del guadagno capitalista privato.

In questo contesto, e fuori dall’orbita del controllo statale dei governi, le risorse essenziali per la sopravvivenza sono subordinate alla logica del profitto capitalista di un pugno di multinazionali (con capacità informatiche, finanziere e tecnologiche) che le controllano a livello globale e con la protezione militare-nucleare degli Stati Uniti e delle superpotenze.

Per la FAO, dieci corporazioni internazionali controllano attualmente l’ 80% del commercio mondiale degli alimenti di prima necessità, e un numero simile le mega aziende che controllano il mercato internazionale del petrolio, il cui impulso speculativo nutre il processo dell’aumento dei prezzi degli alimenti che è causa della fame che ormai è estesa a tutto il pianeta.

Dietro questo favoloso affare con le risorse primarie per la sopravvivenza umana, si trovano le banche principali e i gruppi finanziari di Wall Street, che giocano un ruolo determinante nella speculazione che si esercita sui mercati energetici e delle materie prime che spingono l’attuale scalata dei prezzi degli alimenti.

Tra le prime piovre transnazionali dell' alimentazione, si trova l’azienda svizzera Nestlè SA, la francese Groupe Danone SA. e la Monsanto CO, che sono leader mondiali nella commercializzazione degli alimenti e che, oltre a controllare la commercializzazione e le fonti di produzioni, possiedono tutti i diritti a livello globale sui semi e prodotti agricoli.

I livelli di produzione non si realizzano rispondendo ai bisogni umani della popolazione, ma rispondendo ai bisogni del mercato e del guadagno capitalista.

Spogliati della loro condizione di “bene sociale” per la sopravvivenza, queste risorse si convertono in merce capitalista con un valore fissato dai mercati speculatori, ed i prezzi non si stabiliscono solo in base alla domanda del consumo generale ma dalla domanda speculativa dei mercati finanziari e agro- energetici.

E i governi, non avendo potere di comando sulle proprie risorse agro-energetiche si trasformano in burattini delle corporazioni che li controllano e che si appropriano del guadagno prodotto dal lavoro sociale in quei paesi.

E come il capitalismo transnazionale (le corporazioni che controllano il petrolio e gli alimenti) producono solo per chi è nelle condizioni di comprare quei prodotti, la mancanza del potere d’acquisto della maggior parte impoverita del pianeta, portando le corporazioni a ridurre la produzione per diminuire i costi e mantenere il guadagno vendendo di meno ma molto più caro.

Il mondo sta vivendo un esubero della domanda di cibo e petrolio, che, a sua volta, produce il guadagno dei gruppi che egemonizzano il potere sulla produzione e la commercializzazione, e sui mercati della speculazione finanziaria delle materie prime.

In questo modo, alle piovre petroliere e alimentari non sono interessate a produrre di più, ma guadagnare di più producendo lo stesso con una riduzione dei costi del personale e delle infrastrutture.

E per quanti appelli possono fare le istituzioni “assistenziali” del sistema capitalista, loro solo producono rispondendo alla legge del guadagno, alla legge del beneficio privato e non rispondendo alla logica del beneficio sociale.

Quindi non esiste una “crisi alimentare” (come sostiene la FAO, l' ONU, la Banca Mondiale e le organizzazioni del capitalismo come il G-8), ma un aumento della fame nel mondo a causa della speculazione finanziaria e la ricerca del guadagno capitalista con il prezzo del petrolio e degli alimenti.

Il controllo delle fonti, della produzione, della commercializzazione internazionale e dell’insieme delle risorse finanziarie emergenti dalle corporazioni transnazionali, rendono impotenti i governi indipendenti (senza alcun potere di governare su tali risorse) per risolvere i problemi della fame che affliggono i loro popoli.

D’altra parte, i fondi che destinano l' ONU, la Banca Mondiale e altre organizzazioni del capitalismo transnazionale, sono briciole rispetto ai profitti multimilionari delle piovre petrolifere e alimentari e alla crescita delle fortune personali dei loro direttivi e azionisti.

Il dilemma del “surplus di popolazione”.

In questo scenario, e nel rispetto dei parametri di funzionamento del sistema capitalistico (impostato su un' "unica civiltà"), il “surplus di popolazione” (i senzatetto e affamati della terra) sono le masse espulse dal circuito dei consumi, come emerge dalle dinamiche di concentrazione della ricchezza in poche mani.

Queste masse nullatenenti, che si moltiplicano nelle periferie di Asia, Africa e America Latina, non soddisfano gli standard di consumo di base (minimo di sopravvivenza) che richiede la struttura funzionale del sistema per generare nuovi cicli di redditività e di concentrazione delle risorse aziendali e fortune personali.

Ma di questa questione strategica, vitale per comprendere la crisi globale e il suo impatto sociale di massa sul pianeta, la stampa internazionale non s' interessa. I media locali e internazionali sono impegnati a spiegare la crisi come il declino delle fortune dei ricchi e la perdita di redditività.

Sia il “miracolo asiatico” come il “miracolo latinoamericano” (la crescita economica senza divisione sociale) sono state costruite con il lavoro degli schiavi e dei salari in nero. Questo porta alla caduta del “modello” per effetto della crisi recessiva globale, la parte più importante della crisi sociale emergente dai licenziamenti in massa si riversa su queste regioni.

Inoltre, il consumo di massa guidata del circuito, richiedono (per dare una parvenza “di compassione” al sistema) di una struttura “assistenzialista” composta dall' ONU e dalle organizzazioni che rappresentano un peso ed un “passivo non desiderabile” nei bilanci dei governi e delle aziende transnazionali a livello globale.

Durante la crisi (come quella che oggi vive il sistema capitalista) le aziende e le banche preservano il loro guadagno “stringendo i costi”.

E le prime vittime, le variabili degli adeguamenti, sono le masse senza stipendio ed i settori più vulnerabili della società che pagano la crisi dei ricchi con licenziamenti e riduzione dei loro stipendi, mentre i settori non prottetti soffrono l’impatto diretto dei tagli dei piani sociali e dell’aiuto alla povertà dati dai governi.

Chi cerca di strappare il controllo delle risorse essenziali alle aziende e alla banche transnazionali, prima dovrà far cadere il potere militare nucleare degli Stati Uniti e delle potenze alleate dell' Unione Europea, poliziotti e riassicuranti politici delle corporazioni capitaliste che hanno trasformato il pianeta in un' economia di enclave al servizio del guadagno privato.

In questa equazione (di un sistema di produzione mondiale orientato soltanto alla ricerca del guadagno) si sviluppano due effetti inversamente proporzionali: Una crescita record delle fortune personali e degli attivi aziendali capitalisti, ed una crescita record (come dice la ONU) dei poveri ed affamati che sono la metà della popolazione mondiale.

Nello svolgimento di questo processo (di concentrazione della ricchezza con la “popolazione che aumenta”) si instaurano le basi e i detonanti di un' “Apocalisse sociale” che il sistema e i suoi analisti ancora non registrano nè prestano attenzione.

E’ un dilemma che non figura nè in un dibattito, nè in una discussione internazionale semplicemente, perché il povero, il famelico, non è merce di guadagno, è fuori il circuito del consumo e non crea dividendi.

E il risultato, non è profetico ma matematico: Cosa succederà quando metà dell’umanità che non mangia avanza sui suoi carnefici?

La piaga della fame che si estende come un' epidemia nelle zone impoverite del pianeta provocano le condizioni per una Apocalisse sociale.

Quasi la metà della popolazione del pianeta- per l’ONU- sopravvive in uno stato di povertà o al di sotto del livello di sopravvivenza, senza poter soddisfare i suoi bisogni primari di alimentazione.

Non bisogna avere molta immaginazione (il fenomeno si sta già verificando nella realtà) per considerare il fattore apocalittico che la massa rappresenterebbe per il sistema l’avanzata di eserciti di famelici che cercano cibo per sopravvivere nelle grandi città, affrontando con la violenza della repressione militare o della polizia.

Cosa potrebbe fermare un affamato? Cosa può perdere un uomo che ha fame aldilà della sua vita che quasi non ha neanche più? Si tratta dell’istinto della conservazione, il primo sistema di segnali che guidano la condotta di un essere umano in situazioni estreme di lotta per la sopravvivenza.

Per caso si userebbero carri armati, aerei o arsenali nucleari per fermare i miliardi di poveri presi da “fame cellulare” che si riverserebbe in massa sulle città per trovare alimenti con qualsiasi mezzo?

Con quale discorso politico del sistema potrebbero fermare i sofferenti di incontinenza alimentare e riorientarli sulla strada della “civiltà” e della “governabilità democratica” capitalista?

Quanta proprietà privata concentrerebbe un “manager” capitalista prima che le moltitudini di famelici saccheggino le loro case e distruggano tutto ciò che trovano sulla sua strada, anche la loro vita e quella della loro famiglia?

Quanti proiettili o missili basterebbero per dissipare gli eserciti militari prima di essere distrutti dalla moltitudine inferocita dalla fame e la reazione istintiva della lotta per la sopravvivenza ad ogni costo?

Non si tratta di una rivoluzione razionale e pianificata per prendere il potere politico, si tratta della “barbarie “ nella sua scala originale, una regressione all’uomo preistorico, senza nessun modello di “civiltà” o di “convenzione sociale” che lo contenga nella sua ricerca di alimenti per sopravvivere nell’immediatezza.

Si tratta, in ultima analisi, di una reazione incommensurabile della massa immensa di "surplus di popolazione", che lo stupido, irrazionale e criminale sistema capitalista ancora non registra.

Fonte: http://www.iarnoticias.com/2009/secciones/contrainformacion/0063_hambre_mercancia_17sept09.html

Tradotto per Voci Dalla Strada da Vanesa

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