10 luglio 2009

STEFANO MONTANARI SENZA MICROSCOPIO?

Stefano Montanari (Bologna 1949) autore di diversi brevetti nel campo della cardiochirurgia, della chirurgia vascolare, della pneumologia e progettista di sistemi ed apparecchiature per l’elettrofisiologia, ha eseguito consulenze scientifiche per varie aziende, dirigendo, tra l’altro, un progetto per la realizzazione di una valvola cardiaca biologica.
Dal 1979 collabora con la moglie Antonietta Gatti in numerose ricerche sui biomateriali.
Dal 2004 ha la direzione scientifica del laboratorio Nanodiagnostics di Modena in cui si svolgono ricerche e si offrono consulenze di altissimo livello sulle nanopatologie. Tra i suoi libri, ricordiamo: Nanopathology (con A. M. Gatti), Lo stivale di Barabba, La carne addosso, Il futuro bruciato. Il suo blog è: http://www.stefanomontanari.net/

Teroni -Lei dirige il laboratorio Nanodiagnostics di Modena e le ricerche di cui vi occupate sono senza dubbio urgenti e di interesse pubblico. Rimando, per introdurre il lettore al problema delle nanopatologie, alle risposte pubblicate nel suo blog (sezione: biografia, f.a.q.).
Le vostre ricerche si basano sull’utilizzo di uno speciale microscopio – molto costoso – che siete riusciti a ottenere per mezzo dei finanziamenti della Comunità Europea. L’università di Modena vi ha poi sottratto questo microscopio. Perchè, secondo lei, l’università, volente
o nolente, ha ostacolato il vostro lavoro, invece di aiutarvi e magari finanziarvi?

Montanari – No, le cose non stanno affatto così. Come ho spiegato nel mio libro Il girone delle polveri sottili, l’Università non c’entra e non ha mai preteso diritti sullo strumento semplicemente perché non ne aveva titolo. Il microscopio fu acquistato in parte con denaro CE e in parte con denaro nostro. Poi, per motivi burocratici, finì al CNR che se lo prese. Che l’Università non abbia agevolato il nostro lavoro è un dato di fatto, che non abbia messo un soldo, pure e il perché non voglio nemmeno indagarlo.

Teroni – Avete poi avuti dei segnali positivi, un qualche aiuto o riconoscimento ufficiale da parte dell’università di Modena?

Montanari – No.

Teroni - È vero che anche il secondo microscopio (che siete riusciti a comprare con donazioni private e con l’aiuto dei meetup di Grillo) vi sarà sottratto e finirà all’università di Urbino?

MontanariSì, è vero.

Teroni - L’avvocato della onlus, a cui questo secondo microscopio è intestato, sostiene che è stato spostato perché veniva usato dal vostro laboratorio a fini di lucro. Vuole precisare qualcosa in proposito?

Montanari - Intanto non esiste nessun “secondo” microscopio. Noi ne abbiamo uno, la cosa è nota e chiunque può controllare: il mio laboratorio è aperto a tutti, dalle gite scolastiche agli scienziati ai semplici curiosi.
Se per “primo” microscopio s’intende quello del Laboratorio di Biomateriali, si sappia che con quello noi non abbiamo nulla a che fare, che è di prestazioni inferiori al nostro e che, quando non è rotto come ora, lavora sulle cellule. Si tratta di ricerche interessanti sempre inerenti le nanopatologie, ma non è roba mia. Al momento, per ovviare al fermo di quel microscopio e al fatto che nessuno ha i soldi per ripararlo, il Laboratorio di Biomateriali viene da noi e usa il nostro quando ci sono ritagli di tempo. Di fatto il nostro microscopio lavora almeno otto ore al giorno e spesso lavora in automatico anche la notte. Dunque, trovare un buco non è facile.
Venendo al resto, l’avvocato Marina Bortolani, presidentessa della Onlus, ha la non condivisibile abitudine di parlare di cose che non conosce. Il “sottoutilizzo” del microscopio è un esempio lampante della sua incompetenza nel campo specifico e della sua spericolatezza nel lanciarsi in argomenti che rendono semplicemente grottesche le sue argomentazioni. A volte, però, la verità la conosce ma la adatta alle sue necessità contingenti. Come ho spiegato innumerevoli volte e come la Bortolani stessa sa perfettamente, la ricerca che noi conduciamo costa cifre imponenti, questo almeno per i nostri ordini di grandezza. C’è chi strilla e pretende, ma nessuno sostiene economicamente le spese e, dunque, siamo costretti ad eseguire saltuariamente analisi per qualche azienda o per qualche privato che ce le richiedono. Da questa attività, pur marginale, ricaviamo qualche soldo che va in toto alla ricerca. Tuttavia quel denaro non copre che una frazione minima delle spese. Così, sempre per tenere in piedi la ricerca, io presto consulenze a comuni o ad altri enti e queste consulenze non richiedono l’uso di apparecchiature di alcun tipo. Poi faccio conferenze e scrivo libri e anche quei proventi finiscono lì. Per quello che manca, mia moglie ed io usiamo il denaro che abbiamo messo da parte dal 1972, cioè da quando abbiamo cominciato a lavorare. Tenga conto che né io né mia moglie riceviamo compensi di sorta e, dunque, lavoriamo gratis e a nostre spese. Chiunque puòvenire a controllare in qualsiasi momento, cosa che nessuno fa nonostante i
miei inviti. Si preferisce, invece, e questo per motivi che non voglio nemmeno indagare per la pietà umana che ho verso certi individui, affiancare goffamente, e, credo, senza che questo appoggio così imbarazzante sia richiesto, l’azione della signora Bortolani mettendo fango nel ventilatore.
Tipico del vile è farlo standosene bene al sicuro dietro il riparo di uno pseudonimo Internet. Insomma, la signora Bortolani mente ben cosciente di mentire perché tutte queste cose le conosce da anni. Aggiungo pure che più di una volta in passato lei stessa mi diede del fesso proprio per questo mio atteggiamento. Ciò che la signora Bortolani dovrebbe fare invece d’inventare pettegolezzi peraltro smentibili documenti alla mano è di rimboccarsi le maniche e darci un aiuto o, almeno, se sacrificare qualche Euro è troppo per lei, starsene tranquilla, già contenta dei vantaggi che le sono piovuti dal cielo quando ebbe dalla raccolta fondi una pubblicità a favore della sua associazione che mai le sarebbe capitata.
Naturalmente io non posso più tollerare che s’inventino leggende sul mio conto e su quello di mia moglie e, perciò, ho deciso di affidare il compito di tutelarmi ad un avvocato. Nella sede opportuna ognuno mostrerà la documentazione di cui dispone e chi di dovere giudicherà.
Chi vuole, comunque, può leggere la lettera che ho inviato alla Bortolani su
http://www.stefanomontanari.net/index.php?option=com_content&task=view&id=18
34&Itemid=1

Teroni – Come si deduce dal suo libro Il girone delle polveri sottili, una buona parte dei docenti universitari sembra più interessata a servire una logica interna di poteri e baronie. Di questo aspetto si parla ogni tanto (addirittura in televisione) poi tutto sfuma, come se nulla fosse. Quanto costa, in termini di sviluppo scientifico, il sistema baronale?

Montanari – I baroni di oggi sono diversi da quelli di qualche decennio fa. Una volta erano sì dei mascalzoni, ma spesso erano colti e anche capaci. Poi avevano una sorta di orgoglio di scuola, vale a dire che mai e poi mai avrebbero fatto far carriera o avrebbero mandato ad occupare posti d’insegnamento o di ricerca in altre università degli asini. Che cosa si sarebbe pensato di loro? Oggi i baroni sono con sempre maggiore frequenza dei personaggi intrisi d’ignoranza e di presunzione e corrotti fino al midollo. Per quattro soldi, per uno scalino in carriera, per un/a compagno/a di letto fanno qualsiasi cosa. Il risultato è quello che vede chiunque non tenga cocciutamente le fette di prosciutto sugli occhi. Le nostre università scivolano sempre più in basso nelle classifiche mondiali e i nostri laureati
sono oggetto di vergogna. Tempo fa parlavo con un neo-ingegnere ambientale che mi spiegava come la materia sparisca negl’inceneritori perché viene trasformata in energia. Siamo ai piedi della croce.

Teroni – Non solo l’Università e le sue logiche, ma anche le istituzioni pubbliche, come l’ARPA, sembrano asservite al sistema dello scambio di poteri. Cito dal suo libro: “chiunque attenti a quelle presunte certezze è ipso facto un nemico da eliminare” (p. 34). Insomma, a mettersi contro i poteri forti, in Italia, si perde. Forse conviene dimenticarsi etica e deontologia e adeguarsi al sistema?

Montanari - Dipende da che cosa s’intende con il verbo “convenire”. Se si pensa alla carriera e ai quattrini, non ci sono dubbi. Se, invece, decidiamo che siamo troppo preziosi per metterci in vendita, conviene eccome. Io non baratterei un briciolo di dignità per nulla al mondo, e se questo mi è valso in passato, mi vale adesso e mi varrà domani guai a non finire, è una contropartita che accetto. Ora sto perdendo lo strumento di lavoro che mi sono guadagnato con fatiche enormi e che mi viene sottratto in barba alla volontà di chi aveva versato denaro, poco o tanto che fosse, proprio perché o potessi disporre di quello strumento. Se fossi stato più “furbo”, questo non sarebbe accaduto. Ad esempio, scivolando un po’ sull’onestà, avrei intestato a me il microscopio e non ad una onlus che si è poi rivelata essere non proprio come io mi ero illuso che fosse. Essere furbi è il peggior surrogato di essere intelligenti. E poi i furbi hanno un’onestà a responsabilità limitata. Da ultimo, se fossi stato furbo, non mi sarei fidato di certi personaggi e di tutto il fumo senza arrosto di cui si circondavano e si circondano tuttora. Ma vivere così, perennemente sul chi va là, ti rovina l’esistenza. Certo, le fregature bruciano, ma è meglio essere fregati di quanto non lo sia fregare.

Teroni – La questione si fa ancora più complessa quando si vanno a intaccare interessi economici di grandi aziende. La sentenza del 31/3/2006 vi diede ragione sull’ENEL, che fu “condannata con qualche milione da pagare per i danni arrecati all’ambiente” (p. 116). Giornali e TV non ne fecero menzione. Noi viviamo in un paese dove l’informazione è teleguidata dai poteri forti e dove la maggioranza considera vero solo ciò che dice la televisione. Ha mai pensato di arrendersi, visto che, nel nostro paese, la cultura qualunquistica e mafiesca sembra indistruttibile?

Montanari - Arrendermi io? Solo quando mi arriverà un pallettone fra le scapole come qualcuno si augura. E stiano attenti a colpire giusto.

Fonte: http://www.stradepossibili.it/?p=709

ACCORDO USA-ISRAELE PER L'OCCUPAZIONE DELLA CISGIORDANIA

di Matteo Bernabei

Come volevasi dimostrare le belle parole pronunciate martedì scorso dal presidente israeliano Shimon Peres, sulla ripresa dei colloqui di pace con i palestinesi e sulla fine della colonizzazione della Cisgiordania, si sono dimostrate prive di ogni fondamento. Secondo quanto riportato ieri dal quotidiano Maariv, l’entità sionista avrebbe siglato un accordo con gli Stati Uniti per continuare la costruzione di 2500 abitazioni negli insediamenti della Cisgiordania. Un’intesa che sarebbe stata raggiunta durante l’incontro avvenuto lunedì scorso a Londra tra il ministro israeliano della Difesa, Ehud Barak, il premier Benjamin Netanyahu (foto), con l’inviato degli Usa per il Vicino Oriente, George Mitchell, che come rappresentante della nuova amministrazione Usa era tornato a chiedere ai vertici dell’entità sionista di congelare la propria politica espansionistica. L’accordo toglie il velo di ipocrisia che nelle scorse settimane aveva coperto le belle parole con cui gli Usa affermavano che non avrebbero accettato la costruzione di nuovi insediamenti né l’espansione delle colonie esistenti.

Il portavoce del governo israeliano, Mark Regev, non ha commentato la notizia limitandosi a confermare che gli Stati Uniti e Israele hanno cercato di trovare un accordo sulla questione. Quasi inutile dire che i numeri sono destinati a crescere, perché 2500 abitazioni corrispondono a circa diecimila persone, che in futuro avranno famiglia e figli ai quali a loro volta non potrà essere negata una casa. Si tratta dell’ennesima violazione dei trattati internazionali per la ripresa dei colloqui di pace compiuta dall’entità sionista, che continua fare il gioco delle tre carte cercando di distogliere l’attenzione della comunità internazionale annunciando delle nuove, ridicole, concessioni per la popolazione palestinese della Cisgiordania. Uno dei progetti approvati dal comitato interministeriale, del quale fanno parte Ehud Barak e Avigdor Lieberman, riguarda la località sul Giordano di Qasr al Yahud, dove si trova il monastero dedicato a S. Giovanni Battista, che quindi non interessa affatto i palestinesi.

L’unica vera concessione fatta alla popolazione della Cisgiordania riguarda l’apertura ad oltranza, per passeggeri e merci, del ponte di Allenby al confine con la Giordania, valico che invece fino ieri veniva chiuso alle ore 20. Infine il governo israeliano ha approvato, in collaborazione con gli amici dell’Autorità nazionale palestinese, una serie di progetti per modernizzare le reti idriche, fognarie, stradali ed elettriche. E la popolazione di Gaza? È ancora chiusa in quel campo di concentramento a cielo aperto, che qualche mese fa l’esercito israeliano ha ben pensato di bombardare con il fosforo bianco e le armi dime, senza casa, energia elettrica e ospedali completamente funzionanti. Gli aiuti umanitari, distribuiti con il contagocce, marciscono fuori dai valichi controllati dai militari dall’entità sionista, mentre quelli economici sono ancora nelle mani dell’Anp e del suo presidente che non perde occasione per farsi pubblicità e cercare di sottrarre ad Hamas il controllo della Striscia. Ma per questo Tel Aviv non fa nulla, è meglio infatti che il mondo resti allo scuro di quanto la situazione sia drammatica a Gaza, anche a sei mesi dall’operazione “Piombo Fuso”, che ha “purtroppo” mostrato a tutti cosa accade a chi non si sottomette alla volontà dell’entità sionista.

Fonte: Rinascita.info

9 luglio 2009

DOVE SONO FINITI I MILIARDI DEI FONDI DI SALVATAGGIO DELLA FED?



Il senato blocca il disegno di legge per la revisione (
dei conti ndt) della FED mentre il governo si prepara per il secondo turno di saccheggio. Il senatore Jim DeMint critica duramente il monopolio della FED, e chiede dove sono finiti i miliardi dei fondi di salvataggio.

di Paul Joseph Watson

Un'emendamento del Senato basato sul riuscito disegno di legge alla camera da parte del membro del congresso Ron Paul per revisiore la FED è stato bloccato dal Senato ieri sera per motivi procedurali, così Jim DeMint critica duramente la FED per il rifiuto di rivelare dove sono finiti i miliardi dei fondi del salvataggio, mentre un importante consigliere dell'amministrazione Obama ha chiesto di preparare un secondo pacchetto “di stimolo”.

Il senatore repubblicano DeMint aveva tentato di ottenere un provvedimento legato al budget di spesa del 2010 che avrebbe eliminato le restrizioni in materia di controllo delle operazioni di riduzione della Fed, strutture di finanziamento, operazioni di mercato e gli accordi con le banche centrali e governi.
Tuttavia, l' emendamento è stato bloccato dalle autorità del Senato che hanno sostenuto la violazione delle regole per le disposizioni fissate ai budget di spesa.

Naturalmente, quando l'elite desidera ottenere la propria legislazione infilata dentro, come il disegno di legge alla camera sul clima, è perfettamente soddisfacente per i membri del congresso essere dispensati addirittura dal leggerlo, per avere 300 pagine aggiunte alle 3 del mattino prima del voto e per tutti i generi di porcate da inserire.
Ma Dio non voglia effettivamente che i rappresentanti dovessero cercare di far passare qualcosa di cui potrebbe beneficiare il popolo americano e non le banche private che sono al di là di ogni controllo e al di sopra della legge.

DeMint ha detto che negli Stati Uniti la FED ha goduto di un monopolio sul denaro e il credito dal 1913 e tuttavia non è mai stata trasparente o responsabile al congresso, mentre durante quel periodo il dollaro ha perso il 95% del relativo potere di acquisto.
“La FED genererà e sborserà miliardi di dollari in risposta alla nostra crisi finanziaria corrente” ha detto DeMint. "Gli americani in tutta la nazione, indipendentemente dal loro parere in merito al salvataggio, vogliono sapere dove è andato il denaro", desiderano conoscere dove sono andati a finire i soldi” ha aggiunto, riferendosi al rifiuto della FED di rivelare dove sono andati i miliardi dei fondi per il salvataggio.
“Permettere che la FED operi sul nostro sistema finanziario nazionale nella quasi completa segretezza porta ad abusi, inflazione e ad un abbassamento della qualità della vita” ha detto DeMint.

Un articolo della Reuters sul passaggio al senato per bloccare il disegno di legge ha detto che la FED stava “affrontando pressioni crescenti nel tentativo di guarire l’economia indisposta”.
In realtà, la FED non ha fatto niente per ”guarire” l'economia mentre la disoccupazione ha superato le aspettative ed il quadro finanziario sembra sempre più tetro ogni giorno. La corsa al profitto privato della FED ha preso milioni nei fondi “per lo stimolo” ed ha rifiutato persino di divulgare dove sono andati, anche sotto la minaccia di denuncia di Bloomberg.

Nel frattempo, persone come Ben Bernanke si sono impegnati nella minaccia del terrorismo finanziario minacciando un crollo economico se sarà permesso un controllo della FED.
Qualsiasi reale verifica sulla FED naturalmente genererebbe un gigantesco blocco stradale per i piani dell'amministrazione di Obama nel lanciare un nuovo programma di saccheggio e grande furto nelle sembianze di un secondo piano “di stimolo”.

"Ci dovrebbe essere una pianificazione di contingenza per una seconda tornata di stimolo", ha detto Laura D'Andrea Tyson, un membro del gruppo di consulenza Presidente Barack Obama, relativa alla lotta contro la crisi economica, il martedì, come riporta la CNBC.
Questo è precisamente il motivo per cui le autorità del Senato, comprate e pagate dai banchieri privati che ora possiedono gli Stati Uniti, hanno bloccato gli sforzi di controllare la FED, perché sanno che la ricaduta sarà un disastro per il loro posto sulla potente galleria delle noccioline (ndt http://en.wikipedia.org/wiki/Peanut_gallery) e a sua volta concluderà l’incessante dilettarsi nel bastonare, ferire e shakerare il contribuente americano.

Fonte: http://www.prisonplanet.com/

Tradotto e per Voci Dalla Strada da andreaatparma

8 luglio 2009

ITALIA SENZA PARLAMENTO



La assoluta omogeneità delle due coalizioni che da quindici anni si alternano al governo dell’Italia. Perché in Italia abbiamo un governo ma non il Parlamento.

di Stefano D’Andrea

Da tempo, in Italia, quasi non vi sono più partiti che si candidino per essere eletti in Parlamento. Intendiamo partiti che si candidino per parlare della situazione politico-giuridica e della direzione che si vuole imprimere, mediante l’attività legislativa, alla vita collettiva della nazione.

Da tempo i partiti non si candidano alle elezioni politiche parlamentari per parlare, ma per governare. E infatti non si candidano i partiti ma le coalizioni. Due coalizioni di partiti, godendo per diritto – in particolare in forza della modifica delle leggi elettorali proporzionali e della legislazione sul finanziamento pubblico dei partiti – di posizione privilegiate (e si tratta di privilegio giuridico, non di mero fatto) rispetto a possibili nuovi partiti, si offrono alla scelta del popolo, raccomandando il voto utile e spingendo silenziosamente al non voto molte tra le forze più sane della nazione.

Da un lato i cittadini sono sottoposti ad un potere – il privilegio conferisce un potere – che ostacola l’emersione di idee e proposte nuove; dall’altro le coalizioni non si candidano per parlare, bensì esclusivamente per governare. La parola è ormai inutile. Non c’è da parlare.
Non c’è da parlare, perché non c’è da pensare. Pensare significa vagliare ipotesi alternative. Scegliere tra diversi principi. Ma da lungo tempo il Parlamento non è più chiamato a scegliere tra principi, bensì, al più, tra norme di dettaglio.
Non c’è da pensare. C’è si da introdurre norme, ossia scrivere parole vincolanti per il popolo italiano – invero sempre più mediante decreti legislativi e regolamenti con deleghe in bianco ovvero mediante decreti legge -; ma legiferare ormai da lungo tempo significa applicare ed adeguare. Ed è per questo che basta un governo e non serve il Parlamento.
Applicare le direttive europee; applicare gli accordi del wto; applicare il principio della libera concorrenza; applicare il dogma delle privatizzazione delle imprese pubbliche; applicare i suggerimenti della analisi economica del diritto; applicare il principio più caro al capitale finanziario, ossia il principio di non tassare severamente le rendite; applicare il principio della precarietà del lavoro subordinato; adeguare la legislazione di spesa e tutta quella connessa ai criteri di Maastricht; applicare gli accordi di Schengen; applicare la strategia di Lisbona; applicare il principio “economico” (ossia l’inganno ideologico) che si crea valore anche se si moltiplicano gli intermediari; applicare il principio che bisogna lasciare al “mercato” la decisione sui rapporti di forza tra produttori e intermediari; applicare la suprema direttiva della libera circolazione mondiale del capitale finanziario; adeguarsi alla dottrina della guerra preventiva; addirittura applicare le direttive del vaticano; e così via.
E anche là dove sembravano esservi spazi di libertà, in realtà le coalizioni che si sono succedute al governo si sono ingegnate nell’applicare il modello statunitense, nel tentativo, ingenuo, oltre che malefico, di “importare il sistema”, scambiando così il modello con la realtà.
È verosimile che la crisi economica , aggravandosi, possa cambiare, almeno in parte, le cose. Ma intanro è indubbio che negli ultimi anni il Parlamento non è stato un decisore, bensì un esecutore.
Proprio per il ruolo di esecutrici, le due coalizioni sono state e sono omogenee. E non potrebbe essere diversamente. Quando si tratta di eseguire ordini o direttive ovvero quando si tratta di applicare e non di legiferare veramente, è naturale che debba esservi un comune consenso sui presupposti – ideali, economici, politici – delle direttive e dei vincoli “giuridici” internazionali.
Da quindici anni, le due coalizioni si contendono il (e si alternano nel) ruolo di esecutore di decisioni prese altrove, ossia in altri luoghi, lontani dall’Italia, e, soprattutto da altri, ossia da soggetti che non sono italiani o comunque non sono politicamente “rappresentanti degli italiani”.
Il ruolo di esecutore assunto dalle due coalizioni, in parte, è sancito espressamente nei trattati europei; per altra parte, è stato la conseguenza della volontaria sottomissione alla linee della politica statunitense; per altra parte ancora, strettamente connessa alle prime due, è dipeso dall’accoglimento quasi generale della ideologia globalista, liberista, mercatista, di idolatria della rendita, consumista e usuraria (“un debito per tutti e una rendita per molti!” sembra essere stata l’idea nascosta dagli slogan dissimulatori).
Il ruolo di esecutrici assunto dalle coalizioni, ne implica la assoluta omogeneità sulle questioni politiche essenziali e di fondo. Una omogeneità dissimulata attraverso i litigi e gli insulti dei piccoli uomini che, ad oggi, gli italiani sono in grado di eleggere ed eleggono in Parlamento.

Perciò il Parlamento è morente. Non è il luogo dove si ragiona sulle modalità e i tempi di attuazione della Costituzione. Né è il luogo dove si scelgono chiari principi. Per fare un solo esempio. Bisogna o no promuovere la possibilità che un uomo con il proprio lavoro viva sulla propria terra? È un dubbio che il Parlamento non può nemmeno sollevare; perché una risposta positiva significherebbe aver scelto di emanare una legislazione sistematicamente contrastante con i trattati europei (e con altri trattati internazionali). La scelta è stata già fatta. No. Non bisogna promuovere quella possibilità. Le regole del libero mercato non lo permettono: esse, anzi, subdolamente promuovono la impossibilità che un uomo riesca a vivere con il proprio lavoro sulla propria terra. Ma allora, se questo tema fondamentale, non diversamente da moltissimi altri, non può nemmeno essere discusso salvo che tra mille ipocrisie e finzioni, a cosa serve il Parlamento?
Il Parlamento, negli ultimi quindici anni, è stato il luogo dove sono state eseguite decisioni altrui: decisioni prese da stranieri; dalle burocrazie europee; decisioni imposte dalle lobby; decisioni fondate su ideologie elaborate al di fuori dei nostri centri politici e culturali: dico nostri di italiani; decisioni che applicano direttive provenienti dai pochi gestori e dagli ancor meno proprietari dei grandi capitali finanziari.
La omogeneità politica degli esecutori di quelle decisioni è un dato intrinseco alla situazione politica italiana. Se sono esecutrici scambiabili – chiunque vinca comunque esegue quei principi – allora le due coalizioni sono uguali o sostanzialmente uguali.
E infatti i principi comunemente accolti dalle due coalizioni – i principi che esse hanno applicato, eventualmente con sfumature diverse – sono innumerevoli. Ci sembra importante farne un breve elenco.
Nessuna delle coalizioni che hanno governato l’Italia negli ultimi quindici anni è stata contraria all’Europa liberista e monetaria. Soprattutto nessuna delle due coalizioni è stata contraria all’Europa delle Banche private.
Nessuna delle due coalizioni ha difeso tenacemente l’idea che il tentativo di costruire un’Europa politica imponesse un contratto collettivo di lavoro europeo. Nessuna delle due coalizioni si è scandalizzata del fatto che i principi dei trattati europei avrebbero consentito alle imprese italiane di chiudere gli stabilimenti in Italia e di trasferirli in Polonia.
Nessuna delle due coalizioni ha contrastato la politica di indebitamento dei cittadini, che invece è stata perseguita da entrambe, contro il dettato costituzionale, secondo il quale “la Repubblica incoraggia … il risparmio” e non il debito. Le due coalizione intendevano e intendono conservare il potere andando contro un dettato costituzionale, perché se si fa credito al cittadino, la droga del credito attenua il conflitto sociale, con la conseguenza che non si è costretti a cercare una equilibrata politica dei redditi e le coalizioni al potere vi restano.
Nessuna delle due coalizioni ha contrastato la “tendenza internazionale” a valorizzare i marchi, ad ampliare il campo del brevettabile, a creare i “diritti sportivi”, a tutelare anche (pretese) entità immateriali non brevettabili, suscettibili di figurare in bilancio (come il cosiddetto know-how). Nessuna di esse si è chiesta se questi nuovi principi giuridici fossero giusti o almeno convenienti per il popolo italiano e per quale parte di esso. Le direttive andavano applicate.
Nessuna delle due coalizioni ha lanciato un grido di disperazione perché la tecnica del franchising e i grandi centri commerciali espellevano dal commercio tanti dignitosi commercianti, per sostituirli, molto spesso, in forza di contratti feudali più gravosi della mezzadria, con servi che, sotto le mentite spoglie di una attività autonoma, hanno un enorme vincolo di soggezione nei confronti del loro padrone. Il medesimo ragionamento vale per le concessioni di vendita e i concessionari.
Nessuna delle due coalizioni, a difesa del sacro principio del carattere personale della prestazione professionale, si è detta contraria alla emersione dei grandi studi professionali internazionali, nei quali decine o centinaia di pretesi liberi professionisti sono in realtà lavoratori subordinati – con molti tratti di lavoro servile e sempre salvo il “licenziamento” quando viene a mancare la “domanda” – che lavorano per valorizzare il capitale investito nello studio-azienda. Si tratta sovente di “professionisti” molto più alienati della media degli operai.
Entrambe le coalizioni sono state favorevoli a mantenere i meccanismi elettorali maggioritari recentemente introdotti.
Entrambe le coalizioni hanno reputato che le Regioni dovessero avere maggiori poteri normativi rispetto alla scelta effettuata dai nostri padri costituenti.
Entrambe le coalizioni hanno reputato che il lavoro subordinato dovesse essere più precario rispetto alla stabilità della quale godeva in passato.
Entrambe hanno convenuto che il sistema pensionistico a ripartizione andasse sostituito con quello contributivo.
Entrambe le coalizioni sono state favorevoli a concedere alle Università pubbliche l’“autonomia”. Le due coalizioni sono entrambe colpevoli per aver introdotto o per non aver eliminato, nell’ordinamento scolastico e universitario, i concetti di “credito formativo” e di “debito formativo”; per aver creato e mantenuto la fasulla laurea triennale; per aver promosso e non aver arrestato la proliferazione delle sedi universitarie, delle Facoltà e dei corsi di laurea; per aver aderito alla malefica strategia di Lisbona.
Entrambe le coalizioni hanno sostenuto l’ipocrita tesi che l’esercito italiano sia andato in Iraq e in Afganistan non per fare la guerra bensì per portare la pace.
Nessuna delle due coalizioni si è mai professata contraria alla possibilità che le banche che raccolgono risparmio ed erogano credito siano private. Nessuna ha mai asserito severamente che quelle banche, o almeno le più grandi, devono essere pubbliche. Nessuna delle due coalizioni ha mai proposto che la riserva obbligatoria bancaria debba essere aumentata e che la manovra della riserva obbligatoria debba tornare tra le competenze del Parlamento e del Governo. Nessuna delle due coalizioni ha impedito o soltanto contestato la perdita della sovranità popolare, almeno formale, sulla Banca d’Italia: invero una di esse si è proposta di tornare alla sovranità popolare (sotto il profilo formale); ma si è data tre anni di tempo; e dopo essere tornata al governo, ha lasciato scadere il termine: come se si trattasse di modificare una qualsiasi disposizione di una disciplina di settore. Nessuna delle due coalizioni si è opposta alla reintroduzione, a rigore introduzione, dell’anatocismo bancario, ossia la produzione degli interessi sugli interessi prima del giorno della domanda giudiziale: sappiate che nei rapporti bancari oggi l’anatocismo è la regola generale, mentre prima le cose stavano diversamente.
Nessuna delle due coalizioni si è preoccupata perché il valore degli immobili aumentava progressivamente e notevolmente, giungendo, in pochi anni, fino a raddoppiare. Mentre, per lo più, gli stipendi e i redditi da lavoro autonomo non raddoppiavano. Con la conseguenza che la casa agognata dai cittadini che vivono, più o meno bene, del loro lavoro, non costa più otto o dieci annualità di stipendio o reddito, bensì quindici o venti. Entrambe, anzi, hanno perseguito questo risultato: con l’abrogazione dell’equo canone; non prevedendo sgravi fiscali per le rate di canone e prevedendone per le rate di mutuo; non vietando i mutui ultraventennali per la prima casa; consentendo addirittura i mutui “portabili agli eredi”; abrogando l’ICI; svendendo il patrimonio immobiliare pubblico; non pianificando e non finanziando l’edilizia cooperativa o popolare. Le due coalizioni hanno cominciato a preoccuparsi soltanto quando la bolla immobiliare ha dato segni di essere pronta a sgonfiarsi! Ed è naturale, visto che esse l’hanno volutamente gonfiata. Eppure, dice la nostra Costituzione, “La repubblica favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione”. Legiferare per elevare i prezzi degli immobili o comunque senza preoccuparsi se la legge introdotta ha come effetto economico la lievitazione dei prezzi degli immobili, da un lato, e consentire la validità di mutui quarantennali o addirittura portabili agli eredi, dall’altro, sono veramente un modo singolare per interpretare la norma costituzionale! Come se i costituenti avessero detto al legislatore: strozza il popolo.
Nessuna delle due coalizioni ha mai proposto di spostare sulle rendite – su tutte le rendite – le immani imposte pagate dai lavoratori, autonomi e subordinati. Né esse hanno proposto di tassare severamente le vincite delle scommesse, che non sono né rendite né profitti, ma vincite, appunto.
Nessuna delle due coalizioni ha vietato, almeno agli enti pubblici, la stipulazione di contratti derivati e in particolare dei cosiddetti contratti di swap. È stata una delle due coalizioni a prevedere che ai contratti di swap non si applicasse la disciplina del gioco e della scommessa (art. 1933 cod. civ.), disciplina in forza della quale, da un lato, il giocatore perdente che abbia pagato non può richiedere quanto ha pagato, dall’altro, se il giocatore perdente non paga, al vincitore non è concessa azione giudiziaria. Senza la modifica legislativa, le banche non avrebbero avuto azione per le perdite subite dalle imprese e dagli enti pubblici a causa della incauta – anche se promossa e pubblicizzata dai promotori finanziari – stipulazione di scommesse sull’andamento dei tassi di interesse e dei rapporti di cambio tra valute. Né la seconda coalizione ha abrogato la norma introdotta dalla prima.
Sono state le due coalizioni ad aver introdotto e a non aver successivamente eliminato la seconda e poi la terza estrazione settimanale del lotto; si è trattato di una particolare applicazione dei vincoli di Maastricht! Le due coalizioni hanno accettato supinamente le decisioni della Corte di Giustizia Europea che hanno tentato di rendere lecito il gioco d’azzardo. Sono le due coalizioni a moltiplicare continuamente i concorsi “gratta e vinci” e i concessionari delle “attività di scommesse”.
E potremmo continuare a lungo.
Così stando le cose – e le cose stanno così – è evidente che le “due coalizioni” sono molto più simili che non due correnti di un medesimo vero partito; di un partito democratico o di un partito unico. Sebbene esse non si sforzino, più di tanto, di combattere il dissenso mediante interventi legislativi, le due coalizioni in realtà lo sopprimono costruendo un consenso generalecol supporto dei media nazionali – consenso generale che sembra, per ora, rendere politicamente irrilevante ogni posizione di dissenso (alludiamo al vero dissenso). Dopo anni di consenso generale ormai i cittadini, quando discutono di politica, discutono di questioni secondarie , di norme applicative di principi dati per scontati, di svolgimenti di presupposti impliciti (e taciuti) ovvero della applicazione di quelle direttive alle quali abbiamo testé accennato (sono le discussioni che si svolgono nei salotti di Vespa, di Ballarò e di Anno zero). Principi, presupposti e direttive che invece dovrebbero essere l’oggetto del dibattito politico.
Quanti sono i principi comuni alle due coalizione che non condividete, già soltanto tra quelli testé elencati? Parecchi? Tanti? E allora perché le avete votate? Perché continuate a votarle? Che fate? Votate contro voi stessi? Mi sembra che ci sia materia per pensare.

Fonte: http://www.appelloalpopolo.it/

7 luglio 2009

I DIRITTI DEI PIU' DEBOLI

Peggiora la situazione dei bambini e delle donne negli Stati Uniti
Gli Stati Uniti sono uno dei principali mercati del traffico di esseri umani nel mondo, in particolare per l'occupazione e il sesso, come indicato da diversi organismi.
La grave situazione dei bambini, adolescenti e donne negli Stati Uniti ha avuto una crescente tendenza verso un deterioramento, nonostante il fatto che le amministrazioni degli Stati Uniti tendono a giudicare le situazioni in altri paesi senza confrontarsi con la propria realtà, d'accordo con le analisi di diverse agenzie, media alternativi e organizzazioni specializzate.

Secondo un rapporto dell'organizzazione in difesa del banco alimentare, Feeding America (America Alimentar), più di 12 milioni di bambini sono minacciati, dal rischio di un' alimentazione non adeguata e la fame nel territorio degli Stati Uniti. In parole povere, lo studio ha concluso che più di tre milioni e mezzo di bambini sotto i cinque anni si trovano ad affrontare la fame. Ciò corrisponde al 17% (uno su sei) dei figli di americani sotto i cinque anni di età.

Inoltre, una relazione da parte del Center for Disease Control and Prevention degli Stati Uniti segnala che 1,35 milioni di studenti delle scuole superiori sono stati minacciati o feriti con un'arma almeno una volta all'interno della scuola.

Sul sito ZonaPediatrica, si riporta che nel corso dell'ultimo decennio, i crimini e le aggressioni sessuali sono aumentati, e negli Stati Uniti si segnalano più di 80 000 casi l'anno di abusi sessuali sui bambini, anche se il numero di incidenti non denunciati è ancora più elevato, dal momento che i bambini hanno paura di dire a qualcuno ciò che è accaduto, e il processo giuridico per verificare le relazioni è difficile. Il danno fisico ed emotivo a lungo termine può essere devastante.

L'analisi di un' organizzazione dei diritti umani relaziona sulla situazione di centinaia di migliaia di bambini che lavorano in aree pericolose e faticose, in molti settori, in quel paese. Il documento afferma che le leggi che disciplinano il lavoro minorile in agricoltura sono molto meno severe di quelle su altri settori dell'economia.

Nel frattempo, il Dipartimento della Pubblica Istruzione Usa, ha riconosciuto che oltre 200.000 studenti delle scuole pubbliche hanno ricevuto punizioni corporali almeno una volta nel corso dello scorso anno scolastico. Le punizioni corporali, che di solito sono costituite da uno o più colpi con una paletta in legno sui glutei del punito, sono legali nelle scuole pubbliche in 21 stati. Uno studio del 2008 sul tema "Un'educazione violenta" è incentrato su punizioni corporali nelle scuole in Texas e Mississippi, due Stati in cui questa pratica più diffusa. Il testo ha osservato che le punizioni corporali possono causare lesioni gravi, ed è usata sproporzionata contro studenti neri e l'educazione speciale.

Per quanto riguarda la situazione delle donne, la discriminazione è presente nel mercato del lavoro e nei luoghi di lavoro.
Le donne americane sono vittime di violenza domestica. Secondo le informazioni fornite dalla Organizzazione Nazionale per le Donne, in quella nazione circa 1 su 400 donne vengono assassinate ogni anno, dal loro partner. Il calcolo annuale di donne picchiate in questo paese è tra i due e i quattro milioni. Esse hanno dieci volte più probabilità di essere aggredite rispetto agli uomini. Le donne separate, divorziate o non sposate, e quelli a basso reddito e le afroamericane, sono vittime di una quantità sproporzionata di attacchi e violazioni.

Il tasso di violenza domestica nelle famiglie che vivono al di sotto della soglia di povertà è di cinque volte superiore a quello delle famiglie ordinarie. Le statistiche mostrano che il 37% delle donne negli Stati Uniti hanno ricevuto cure mediche di emergenza a causa di segni di violenza domestica, almeno una volta, il 30% delle donne in gravidanza subiscono gli attacchi dei loro partner, il 50% di uomini statunitensi attaccano con frequenza le loro mogli e i bambini , il 74% dei professionisti subiscono violenza dai loro colleghi. Según un reporte de AP, la violencia familiar se está extendiendo a los lugares de trabajo. Secondo una relazione AP, la violenza familiare si sta estendendo nei luoghi di lavoro.

Il quotidiano La Opinion, di Los Angeles, ha affermato che solo negli Stati Uniti circa 50.000 vittime ogni anno vengono portati per la schiavitù sessuale, dei quali solo a Los Angeles, senza includere le vittime in fabbriche o servizi domestici, circa 10.000 donne vivono segregate in bordelli.

Nel nord della nazione, il 40% delle prostitute sono di origine afroamericane e gli afro-americani sono il 12% della popolazione, ha detto Richard Poulin, professore presso il Dipartimento di Sociologia e Antropologia presso l'Università di Ottawa, il celebre ricercatore dei processi globalizzazione dell'industria del sesso, in un'intervista con il quotidiano argentino Pagina/12.

Un altro studio pubblicato dall' American Journal of Epidemiology, ha detto che l'età media della morte delle prostitute negli Stati Uniti è di 34 anni. Ulteriori analisi hanno mostrato che nove su dieci prostitute desiderano lasciare la loro attività e quasi la metà hanno tentato il suicidio almeno una volta.

La disoccupazione in Florida è superiore al 10%

Il tasso di disoccupazione della Florida è arrivato al 10% il mese scorso, raggiungendo il 10,2%, ha dichiarato il Dipartimento del Lavoro in Florida. E 'il tasso più elevato dal 1975. Si tratta anche di un aumento rispetto ad aprile, quando è stato del 9,7%, dice il Miami Herald.

La Florida ha perso 417.500 posti di lavoro, pari al 5,3% del totale stato negli ultimi 12 mesi. Solo nel mese di maggio, lo stato ha visto sparire 61.000 posti di lavoro, più di ogni altro stato del paese, ad eccezione della California.

Nel frattempo, il tasso di disoccupazione a Miami-Dade County è stato del 9,8%, con un aumento del 8,2% rispetto al mese precedente, secondo le statistiche del Dipartimento del Lavoro Usa.

Fonte: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=88149

6 luglio 2009

FONDAMENTALMENTE POCA DIFFERENZA TRA OBAMA E BUSH

BEIRUT 24 giugno 2009
Linguista di fama mondiale, studioso e analista politico il professore Noam Chomsky ha scritto ampiamente sul conflitto israelo-palestinese, e sulla politica estera degli Stati Uniti. Chomsky espone il suo punto di vista sui recenti sviluppi in Medio Oriente al The Daily Star (ndt quotidiano libanese).

Noam Chomsky è stato intervistato da Richard Hall

Domanda: Vede delle differenze fra le politiche dell'Ex Presidente degli Stati Uniti George W. Bush ed il suo successore Barack Obama per quanto riguarda il conflitto israelo-palestinese?

Chomsky: Fondamentalmente, c’è poca differenza. Obama ha ripetuto le posizioni di Bush, virtualmente nelle stesse parole. Come Bush, ha richiesto “uno stato palestinese” e come Bush, lascia interamente vago che cosa significhi. Può essere interpretata facilmente per essere la stessa posizione di Netanyahu nel 1996, quando è diventato il primo primo ministro israeliano a tollerare l'istituzione di uno stato palestinese, un fatto che sembra essere dimenticato. Shimon Peres aveva appena lasciato l’ufficio dichiarando che non ci sarebbe mai stato uno stato palestinese. Il Ministro delle informazioni di Netanyahu, una volta gli è stato chiesto se adotterebbe la stessa politica, rispose che se i palestinesi volevano denominare i frammenti lasciati a loro “uno stato”, allora benissimo. Oppure potrebbero denominarlo “pezzetti di pollo fritto”.
Non sappiamo se Obama intenda “il pollo fritto”. Sappiamo che ha eluso con molta attenzione il cuore dell'iniziativa di pace araba che approvò.

Ha invitato gli stati arabi a continuare la normalizzazione dei rapporti con Israele. Ma ha omesso scrupolosamente il fatto, che certamente conosceva, che questo passo era la condizione sull'accettazione del consenso internazionale di vecchia data sulla creazione dei due stati che gli Stati Uniti e Israele hanno ostruito per 35 anni, con deviazioni rare e provvisorie da questo rifiutismo severo -- non soltanto a parole, ma più importante nei documenti legali. Sugli insediamenti, Obama ha evitato qualsiasi accenno a quelli attuali ed ha ripetuto le parole della “road map” sugli insediamenti in espansione. Inoltre lo ha indicato chiaramente che non seguirebbe il precedente di George Bush senior, ad applicare una leggera sanzione all’espansione israeliana degli insediamenti. Piuttosto, egli disse, i suoi passi sarebbero soltanto “simbolici”.

Domanda: Le recenti ouverture di Obama al mondo musulmano indicano un approccio differente degli Stati Uniti verso il Medio Oriente?

Chomsky: La retorica è differente. Sulla sostanza, c’è poco che sia nuovo. Obama ha coltivato lo stile di presentarsi come attraente ed amichevole, e come una lavagna bianca, su cui il suo pubblico può scrivere le sue speranze e desideri, credendo, se scelgono, che è “dalla nostra parte”. Lo stesso è vero sulla scena domestica.

Domanda: Il rifiuto di Israele di arrestare gli insediamenti rischia di danneggiare i rapporti con gli Stati Uniti?

Chomsky: C’è sempre un rischio e come ho detto, per un breve periodo sotto Bush senior, Washington ha applicato una leggera sanzione. Che cosa accadrà ora, non possiamo esserne sicuri. Israele ha appena sfruttato il focalizzare l'attenzione sull'Iran per annunciare una notevole espansione degli insediamenti, non suscitando finora risposta da Washington. E può essere notato che Obama sta realizzando un aumento senza precedenti nell'aiuto militare ad Israele per i futuri 10 anni. E' importante anche la veloce espansione dell'investimento in alta tecnologia degli Stati Uniti in Israele, in particolare un enorme impianto Intel progettato per effettuare una rivoluzione nella produzione di microcircuiti. C’è, tipicamente, un rapporto stretto fra il governo e la politica corporativa, per gli ovvi motivi e ci sono altri legami vicini, specialmente militari e di intelligence, che sono ben noti e stabili.

Domanda: La decisione presa dal presidente palestinese Mahmoud Abbas per formare un governo senza Hamas come può interessare il processo di pace?

Chomsky: Che piaccia o no, Hamas ha vinto un'elezione libera nel gennaio 2006. Israele e gli Stati Uniti (con l’ UE gentilmente accodata dietro) hanno reagito immediatamente tramite la punizione dura della popolazione per questa trasgressione. Le persone familiari con la storia moderna dovrebbero essere informate che non c’è niente di sorprendente per questa reazione, o sulla riluttanza della classe intellettuale ad affrontare che cosa indica il concetto alla moda “promozione di democrazia”. Successivamente Israele incarcerò gran parte del governo scelto. Israele e gli Stati Uniti allora hanno istigato un colpo militare di Fatah per capovolgere il governo. Quando questo fallì, la punizione della popolazione diventò più severa. Nel frattempo i programmi israeliani sostenuti dagli Stati Uniti stanno schiacciando i cittadini di Gaza ed espandendo il controllo israeliano sulla Cisgiordania (West Bank). Gli Stati Uniti e Israele, nel frattempo, continuano a rifiutare il consenso di vecchia data sulla soluzione dell’insediamento dei due stati. Che cosa s' intende esattamente dalla frase “processo di pace” in queste circostanze?

Domanda:Il diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi è stata una barriera alle trattative precedenti di pace. Lei pensa che lo sia ancora?

Chomsky: Non realmente. È utile considerare una rottura nel rifiutismo Israelo-americano: Gennaio 2001, mese finale di Bill Clinton alla casa bianca. Dal tardo 2000, Clinton capì che le sue proposte alla fallita conferenza di Camp David non avrebbero potuto essere accettate da alcun Palestinese. In dicembre, ha proposto i suoi “parametri”: impreciso, ma più prossimo. Allora ha annunciato che entrambe le parti avevano accettato i parametri ed entrambi hanno avevano avuto restrizioni. I negoziatori israeliani e palestinesi si sono incontrati a Taba per occuparsi delle loro differenze e sono arrivati molto vicini ad un accordo finale, più o meno in conformità con il consenso internazionale. Nella loro conferenza stampa finale, hanno segnalato che con alcuni giorni in più, potevano raggiungere un accordo completo, ma Israele interruppe prematuramente le trattative che non sono mai formalmente continuate -- i colloqui informali hanno condotto all'accordo di Ginevra del dicembre 2003. Ci sono vaste prove disponibili nelle fonti ebraiche ed inglesi. Le trattative di Taba e l'accordo di Ginevra hanno raggiunto essenzialmente la stessa formula: Israele dovrebbe riconoscere il diritto di ritorno, ma i Palestinesi dovrebbero riconoscere che non sarà realizzato in Israele a meno che nei piccoli numeri i rifugiati dovrebbero essere assorbiti nello stato palestinese o altrove. Si può sostenere che quel risultato è ingiusto, ma nel mondo reale, è il massimo che può essere raggiunto. Far penzolare vane speranze davanti agli occhi di miseri rifugiati non è proprio una posizione morale, a mio parere.

Domanda: Un attacco di Israele all'Iran è un piano d'azione probabile?

Chomsky: Nessuno lo sa. L' amministrazione Bush ha dichiarato abbastanza chiaramente che si opponeva ad un attacco. Durante la campagna presidenziale 2008 -- il periodo più sensibile nella politica interna – la lobby Israeliana ha fatto pressione sul congresso per passare una risoluzione che prevedeva ad un blocco contro l'Iran, un atto di guerra. Avevano allineato molti sostenitori, ma lo sforzo si è concluso improvvisamente, presumibilmente perché la Casa Bianca di Bush si è opposta. Presumo che Obama stia continuando questa politica. È, suppongo, tecnicamente possibile che Israele attachi l'Iran, possibilmente per mezzo dei sommergibili muniti con i missili nucleari. Le conseguenze potrebbero essere molto serie, in molti dominii. Potremmo anche ricordare che l'attacco di Israele al reattore di Osirak in Irak nel 1981 iniziò il programma delle armi nucleari di Saddam Hussein. Questo fu ragionevolmente subito chiaro dall’ispezione fisica, successivamente è stato confermato dai disertori e recentemente dai servizi segreti degli Stati Uniti ad alto livello.

Fonte: http://www.dailystar.com.lb/article.asp?edition_ID=10&article_ID=103388&categ_id=2

Tradotto e segnalato per Voci Dalla Strada da andreaatparma

5 luglio 2009

I FALCHI USA MOSTRANO LE UNGHIE IN HONDURAS

Contrattacco golpista: si avvicina l’epilogo

Ormai nessuno dubita di una mano nera del Pentagono nel golpe del Caribe: l' Honduras è una grande base terrestre con un' importanza centrale per la strategia geopolitica militare degli Stati Uniti nella regione e il governo di fatto convive in armonia con le basi e l’esercito nordamericano presenti sul territorio. Questo è chiaro: Ciò che non è chiaro è come si sistemeranno i pezzi di una scacchiera quando Zelaya metta nuovamente piede su Honduras. Dando qualche segnale, nelle ultime ore i golpisti hanno contrattaccato e sono apparsi all’orizzonte i falchi USA.

Quello che inizialmente sembrava essere una “passeggiata della democrazia” si è complicato.

Le possibilità che Zalaya ritorni in Honduras con l’asso vincente in mano sfuma con il passare delle ore. Gli attori centrali della “telenovela” del golpe bananiero provano diversi argomenti e cambiano posizione come il camaleonte, a seconda dell’occasione.

Quello che era iniziato come bianco su nero con la condanna unanime dei governi della regione, degli Stati Uniti e dell’UE, comincia a sbiadirsi per la mancanza di azioni concrete per ristabilire il processo e la “governabilità democratica” in Honduras.

Obama (che inizialmente sorprese Cuba e i presidenti “rivoluzionari”) svolge due ruoli in questa telenovela: Da una parte “condanna” il golpe, e dall’altra parte mantiene l’aiuto militare ed economico del governo di fatto e non ha messo in pratica nessuna misura effettiva di blocco contro di esso.

Allo stesso modo, le potenze dell’UE (insieme a Washington) fanno pressioni con “ultimatum” e avvertimenti attraverso l' ONU e l’OEA, che fino ad ora sono stati completamente ignorati dal governo golpista di Micheletti.

Chavez e i paesi dell’ALBA, cominciano a rimanere da soli nelle richieste dure contro l’amministrazione golpista affinché restituisca Zelaya al governo senza nessun tipo di condizioni .

Dal settore di Chavez, si parlava inizialmente di un golpe interno contro Obama aventi come protagonisti i settori ultraconservatori del Pentagono e del Dipartimento di Stato, con l’obiettivo di boicottare (attraverso il rovesciamento di Zelaya) le sue politiche di avvicinamento allo stesso Chaves, Cuba e i presidenti dell’ALBA.

A molti è sembrato strano di vedere Chavez e Obama manifestare le stesse idee sul ritorno di Zelaya al potere. “A me ha sorpreso molto leggere i comunicati di entrambi (Chavez e Obama) e notare delle coincidenze nelle dichiarazioni”, ha detto alla BBC il direttore del COHA, Larry Birns.

Il colpo di Stato in Honduras è un “ palloncino di prova dei falchi dell’intelligence” degli Stati Uniti, che pone al presidente Barack Obama : un “problema interno” di fronte ai suoi simili dell’America Latina, questa è l’opinione dell’analista pro-Chavez Estela Calloni.

La giornalista afferma che ci sono “due visioni”, una che ha fatto “un occhiolino previo” al golpe e l’altra che i “falchi hanno usato questo per mettere in una situazione difficile” Obama, che si è compromesso con i suoi simili latino americani per mantenere un rapporto diverso da quello che aveva George W. Bush e di porre fine agli interventi negli affari interni della regione.

Nonostante questo, nelle ultime ore il settore di Chavez (di fronte alla prova inconfutabile dei fatti) è rimasto deluso dall’atteggiamento di “doppia faccia” di Obama e delle potenze europee che non cercano far tornare senza ulteriori ritardi, Zelaya al governo ma che ora cercano una via d’uscita con il consenso del governo di fatto.

Martedì Chavez ha spazzato via tutto chiedendo seccamente (nel senso di non lasciare spazio a repliche) un “intervento internazionale” contro il governo golpista di Honduras, i cui capi si formarono nel Comando Sud e nella Scuola delle Americhe.

Nonostante la posizione di Washington a favore della “costituzionalità”, la reazione della Casa Bianca non è stata altrettanto pronta nel ritirare il suo ambasciatore dall' Honduras, come già lo hanno fatto vari paesi sudamericani.

Ormai nessuno dubita della presenza di una mano nera del Pentagono nel golpe caraibico: l' Honduras è una gran “base terrestre” di importanza centrale nella strategia geopolitica militare degli Usa e il governo di fatto convive in maniera armoniosa con le basi e l’esercito nordamericano presenti sul territorio.

Questo è ben chiaro: quello che non è chiaro è come si risistemeranno i pezzi della scacchiera quando Zelaya calpesterà ancora la terra dell' Honduras.
Dando qualche segnale, nelle ultime ore i golpisti hanno contrattaccato e sono apparsi all’orizzonte i falchi USA

Contrattacco golpista



Nel frattempo, sulla scacchiera internazionale senza alcuna definizione effettiva che si opponga, il governo golpista ha avvertito Zelaya che sarebbe stato arrestato nel momento stesso in cui toccherà il suolo dell' Honduras, smontando così l’operazione del suo ritorno pianificato per questo giovedì.

Il governo di Micheletti ha preso forza e ha avvertito che negozierà il ritorno di Zelaya solo se questo rinuncia per iscritto alle sue aspirazioni ad essere rieletto. Situazione che, se viene accettata, trasformerebbe il presidente dell’Honduras in un burattino condizionato dai suoi stessi carnefici durante i sei mesi di mandato che gli restano.

“Fino ad oggi, il governo di Roberto Micheletti sembra non aver preso nota della violenta reazione internazionale contro il golpe e crede che i sostegni interni- in modo particolare dei grandi gruppi economici, i mass media e le marce a suo favore, potrà svolgere un ruolo favorevole affinché la pressione internazionale si consumi, con l’obiettivo di arrivare alle elezioni del prossimo novembre e che un nuovo governo prenda il potere, a gennaio del 2010”, segnala l’inviato del giornale argentino Clarin in Honduras.

Nell’immaginario dei golpisti, Zelaya deve promettere pubblicamente che abbandonerà completamente qualsiasi tentativo di far riemergere il referendum che permetta di riformare la Costituzione per rebdere possibile una rielezione.
I deputati del governo di fatto sostengono che ci deve essere un “prezzo politico” sia per Zelaya che per chi lo ha fatto cadere dal governo.

Questo significa che in un negoziato con consenso non dovranno cadere le teste di Micheletti e del capo delle forze armate, del generale Romeo Vasquez Velazquez, l’uomo del Pentagono che con la punta di pistola ha portato Zelaya fuori casa sua ancora in pigiama e lo ha inviato in Costa Rica su un aereo.

Incoraggiati dalla mancanza di azione internazionale contro di essi, i golpisti propongono come condizione perché ritorni Zelaya che si anticipino le elezioni di qualche mese, per decomprimere la situazione e che il nuovo presidente- con Zelaya escluso dalla rielezione- inizi un nuovo periodo.

I FALCHI MOSTRANO LE UNGHIE

Con il Pentagono dentro casa, i golpisti sembrano fortificarsi : I gruppi conservatori negli Stati Uniti cominciano a mobilitarsi per sostenere il golpe civico militare argomentando che è stato contro un “alleato di Chavez” che stava compromettendo la governabilità e la sicurezza nazionale in Honduras.

Isolati sempre più per la pressione internazionale, intimati dalla Organizzazione degli Stati Americani (OEA), l’Assemblea Generale dell’ Organizzazione delle Nazioni Uniti (ONU) i responsabili del golpe che ha fatto cadere Zelaya cominciano ad incontrare sostenitori nel settore più bellico dei neoconservatori e falchi di Washington.

“Si Zelaya è stato eletto, ma anche Hitler e anche Chavez”, ha scritto il giornalista Charles Krauthammer, dell’influente The Washington Post. “Un golpe non è qualcosa di bello, ma è preferibile Zelaya che smantella la democrazia”.

Il giornale di destra National Review ha segnalato nel suo editoriale che i “soldati dell’Honduras che hanno portato fuori da casa sua il presidente Manuel Zelaya agivano per proteggere la democrazia del loro paese, non per calpestarla”.

Gli analisti conservatori che muovono le catene come ABC o CNN, citano come giustificazione del golpe i rapporti di Zelaya con Chavez e altri presidenti della sinistra latinoamericana, che lancia teoriche minacce alla democrazia della regione.

“Guarda, come regola generale, sempre che ti trovi dalla parte di Hugo Chavez , (il presidente nicaraguense) Daniel Ortega e dei gemelli Castro (Fidel e l’attuale mandatario cubano, Raùl) devi riesaminare i tuoi concetti”, ha segnalato Krauthammer sul Wahington Post.

Alcuni analisti presentano Zelaya come un “ burattino di Chavez” della stessa forma in cui i gruppi ultraconservatori descrivevano Daniel Ortega come la “pedina dell' Unione Sovietica e di Cuba” durante gli anni 70.

I repubblicani accusano Obama di essere più duro contro la “destra” regionale che contro i presidenti di sinistra, con a capo Chavez.

Nel suo discorso del 21 maggio, Cheney (il capo spirituale dei falchi bellici) ha detto che il cambio di Obama rispetto alla politica di Bush era ”insensato all’estremo” che porterebbe ad una maggiore insicurezza il popolo statunitense.

L’analista a favore di Chavez, Eva Golinger sostiene che l’intento di mandare via i militari statunitensi potrebbe essere stata la causa del golpe in Honduras. La base militare in Honduras è il centro del golpe, afferma.

A quanto detto da Golinger, le “conversazioni” con i golpisti si sono intensificate durante la settimana scorsa, quando l’ambasciatore statunitense a Tegucigalpa, Hugo Llorens, si è riunito tre volte con i militari golpisti e i gruppi civili per cercare un’altra via di uscita.

Sebbene dai settori di Chavez non ci sono dubbi che il golpe è stato messo in atto dalla rete del Pentagono e della CIA, c’è ancora chi ha dei dubbi sulla partecipazione di Obama nella decisione.
Il fine settimana prossimo sarà decisivo per la risoluzione della telenovela golpista delle banane.

Analisti della CNN segnalavano questo giovedì e finalmente l’amministrazione di Obama, sotto pressione dai repubblicani del congresso e i falchi del Pentagono, sceglierà per la “soluzione salomonica” di un accordo per il ritorno di Zelaya.

In questo accordo- segnalano- predomina l’idea che ambi settori rimangano “imbiancati” e che non verranno perseguiti.

Fonte: http://www.iarnoticias.com/2009/secciones/latinoamerica/0021_honduras_desenlace_02jul09.html

Tradotto per Voci Dalla Strada da VANESA